L’inverno si sta avvicinando di prepotenza, costringendoci a letto ammalati o con i musi lunghi per pioggia e cieli sempre più scuri. Si rimpiangono le corse sfrenate in moto o appena finito il turno lavorativo con lo stereo dell’auto con volumi a mille ed i finestrini abbassati. Nel mentre che si contano i giorni perché torni la bella stagione ci pensano gli Smokey Fingers, rockers purosangue che grazie al loro southern rock intriso di quel caldo blues che riscalda il cuore, combinato alla potenza del rock’n’roll, fa di tutto per rallegrarci la giornata. E bisogna dire che con il loro secondo lavoro titolato Promised Land il quartetto va a segno con gran precisione.

Dopo il primo disco del 2011 bisognava dimostrare che la fame di proporre buona musica non si era spenta e quindi ecco comparire rasoiate ad alto voltaggio (l’accoppiata “Black Madame”/“Thunderstorm”), inni che profumano di Lynyrd Skynyrd (“Proud and Rebel”) o ballate folk da ascoltare osservando un tramonto (la traccia finale “No More”) oppure malinconiche note acustiche dalla dirompente emozionalità gonfie di musica del diavolo fino a scoppiare (“Rattlesnake Trail”). Molto intenso anche il pezzo “Last Train” che mi ha ricordato “Aurelia Freeway” dei mai dimenticati Fratelli Cappanera, per ciò che trasmette.

Ma prima di tutto c’è tanto rock energetico, quello primordiale, quel rock con la R maiuscola che tanto spesso oggi viene associato a personaggi di dubbio gusto e dalla qualità artistica discutibile. 

Ci sono grandi melodie, ottime canzoni, musicisti che sanno cosa vuol dire suonare (nel disco poi sono presenti parecchi ospiti) ma quel che forse conta di più è che l’album emoziona! E per chiudere due sole cose: uno, compratelo tranquillamente a scatola chiusa se amate la buona musica e due, i ragazzi sono italiani quindi quale occasione migliore per supportare una delle tante brave bands nostrane.

 

 

Falc.

85/100