I Tendonitis sono una band svizzera che proviene da Zurigo. Fondato nel 2003 il gruppo ha subito vari cambi di line-up e registrato diverse demo e solo 13 anni dopo è riuscito a dare alla luce al suo primo vero e proprio album in studio, Stormreaper.

In 13 anni di attività e quindi con una certa esperienza musicale maturata nel corso del tempo ci si potrebbe aspettare che la band abbia trovato il suo sound e definita di conseguenza una propria identità. Bene, cosi non è: Stormreaper è un disco le cui sonorità sono cosi tanto copiate dai Metallica che non mi sorprenderebbe se Hetfield comparisse come principale compositore delle canzoni. Questa descrizione potrebbe risultare esagerata e cattiva ma corrisponde semplicemente alla sensazione che si prova durante l'ascolto di questo album. Si tratta di un thrash metal unito a qualche tinta hard rock veramente poco originale, con un sound vecchio e stantio e con troppi pochi spunti che possano essere considerati davvero efficaci. Questo traspare immediatamente dalle prime 3 tracce dell'album: “Ship of Fools”, “Stormreaper” e “Clandestine” sono praticamente un Death Magnetic parte 2, persino gli effetti utilizzati sono gli stessi.

Fortunatamente però non tutto quanto è da buttare via: alcuni ritornelli funzionano davvero e almeno contribuiscono a fornire qualcosa di valido all'ascoltatore. Ne è un esempio “Ballad of the Need” che, sebbene non sia assolutamente un pezzo eccelso, ha almeno un ritornello che dimostra che la band ha delle capacità che potrebbero essere usate molto meglio di quanto non lo siano state in questo album. La stessa cosa accade in “Mindless voids” e “Satan's Seven Sinners”: riff trascurabile e essenzialmente poco originale ma chorus che possiede il giusto edge e che riesce ad essere abbastanza efficace. “Human recreation” è invece la canzone più brutta dell'album, che contiene riff davvero poco ispirati, e un ritornello che semplicemente non va; l'unica cosa che salva parzialmente il pezzo è la bella parte centrale e l'assolo in tapping, che contribuisce ad aprire il suono fino a quel punto rimasto bloccato dal debole riff mononota della strofa. Si arriva poi agli ultimi due pezzi, cantati questa volta in tedesco. Ebbene, probabilmente queste ultime 2 tracce sono le uniche che vale davvero la pena di ascoltare: i Tendonitis sembrano tirare fuori le loro vere capacità compositive e il risultato è assolutamente valido.

“Der Wald” è convincente fin dalle prime battute, grazie all'atmosfera cupa creata dagli accordi di apertura e dal successivo riff; finalmente la strofa è decente e non è così legata allo stile dei Metallica e inoltre il cantato in tedesco riesce a conferire una certa originalità e diversità al sound proposto fino a quel punto. Certo, la canzone non è un capolavoro, però è sicuramente più efficace delle precedenti. “Leidenschaft”, ultimo pezzo del disco, è ancora meglio: bell'arpeggio iniziale, ritmo incalzante e ritornello molto orecchiabile e trascinante. Purtroppo la canzone si conclude forse troppo presto e alla fine dell'album si rimane con una sensazione di incompletezza, come se fosse tutto finito proprio nel momento in cui il gruppo cominciava a fare sul serio. Se tutte le canzoni fossero state scritte in questo modo e fossero state tutte cantate in tedesco il risultato sarebbe stato ottimo. Ricapitolando, la band ha un'enorme bisogno di rinfrescare il proprio sound, di staccarsi da quello stile troppo old che contraddistingue le canzoni cantate in inglese e di puntare sui propri punti forti: i ritornelli, le parti melodiche solamente accennate ma che sarebbero di grande aiuto per diversificare i pezzi, e il cantato in tedesco, col quale il cantante sembra essere molto più a suo agio. Gli ultimi due pezzi, infatti, sono la prova che il miglioramento è possibile e che la band è capace di fare molto meglio. Se i Tendonitis riusciranno ad applicare questi cambiamenti avranno molte più possibilità di ritagliarsi il loro spazio nel panorama musicale; se invece questo non avverrà il risultato sarà quello di continuare a scrivere album mediocri e poco ispirati proprio come Stormreaper.

 

 

Jacopo Nardini

40/100