Gli Antiquus Infestus sono un gruppo Black/Death Metal formatosi il 6 luglio 2011 come un progetto a lunga distanza (un membro è di Cesena e uno di Roskilde) da Sverkel (voce e testi) e Malphas (chitarre, drum machine e backing vocals), mentre successivamente la line-up è stata completata da Asmodeus (basso).

Lo stile proposto dai tre è un’unione di Black Metal e Death Metal, chiaramente influenzato dai Belphegor (qualche altra influenza decisamente minore può essere identificata nei Nile e negli Azrath-11), con testi prevalentemente incentrati sulla mitologia e sugli antichi culti egizi. Dopo due demo, intitolati The Light Of Two Suns (2011) e The Cult Of Ra (2012) ed un EP “Order Of The Star Of Betlehem” (sempre 2012), il terzetto giunge al primo full-length, intitolato “Isfet” (Isfet/Asfet è un termine Egizio che ha il significato di “ingiustizia”/”chaos”, mentre se usato come verbo significa “compiere atti malvagi”; esso era utilizzato nella filosofia Egizia per indicare l’opposto di Ma’at, dal significato di “armonia”).

L’influenza dei Belphegor è chiaramente udibile, ma non per questo il gruppo deve essere visto come una copia degli austriaci, anzi dimostra un’ottima personalità ed una brutalità notevole alternata a momenti più melodici.

Il primo pezzo, “Uben Sutekh”, è un’intro di circa due minuti dominata dalle sonorità mediorientali, con una parte finale nella quale risalta un cantato pulito.

“Vomit Thy Serpent” è tipicamente Black/Death, con dei chiari rimandi al duo austriaco Helmuth-Serpenth (non che questo sia negativo, anzi, tutt’altro); se però questi ultimi tendono ad un utilizzo massiccio del growl, la voce degli Antiquus Infestus è identificabile in uno scream molto violento e penetrante, che ben si abbina all’up tempo del brano, con una parte centrale più rallentata e melodica.

“Ablanathanalba” è un pezzo che inizia in maniera più calma, per poi sfociare nell’aggressività tipica del genere; ancora una volta le parti più rapide si alternano a quelle in cui la velocità è maggiormente moderata, mentre la doppia cassa risalta nella sezione ritmica (come in tutti i brani dell’album).

“Anoint Me With The Blood Of Nefesekheru” è Black/Death classico e violento, con un basso molto potente che conferisce maggiore profondità ed oscurità alla composizione.

“Isfet” è un brano che alterna tupa tupa devastante ad aperture più lente e melodiche; ancora una volta il basso esegue alla perfezione la propria parte, risaltando nella sezione ritmica insieme alla doppia cassa, con una parte finale dominata da chitarra e basso che intonano una melodia più rilassata che smorza, anche se non del tutto, la tensione del pezzo.

“Destroy The Cult Of Ra” presenta blast beat ultraveloci; essa segue le coordinate del Black/Death alla Belphegor più ortodosso e violento, mentre nel finale un motivo mediorientale assume un’importanza di primo piano.

“Spell For Invoking The Spirits” e “Adron Me With The Bones Of Those Who Eat No Flesh” sono due pezzi molto violenti, in linea con i canoni del genere. La particolarità principale del primo di questi due brani è una parte centrale di chitarra pulita che spezza il ritmo devastante, mentre nel secondo si distingue un assolo dalle sonorità vagamente esotiche.

“Carving My Heka Into The Skull Of The Unborn” è il brano meno bellicoso del disco: i ritmi rallentano e riff meno aggressivi prendono il sopravvento. Pochi secondi di basso solista al termine del brano proiettano l’ascoltatore verso il finale, costituito da “Agathodaemon”, una traccia ferina della durata di meno di tre minuti, con blast beat ultraveloci ed una sezione ritmica distruttiva che rendono questo brano tra i più riusciti dell’album.


La produzione dell’album presenta chitarre ribassate e violente secondo i canoni del genere, mentre il basso risalta grazie al suo suono profondo e potente. La batteria (drum machine) è onnipresente ed aggiunge cattiveria sia nelle parti più veloci sia in quelle più lente dei vari pezzi.

Il suono degli Antiquus Infestus non è rivoluzionario; gruppi come Belphegor, (Behemoth del periodo centrale), Azrath-11 e, in misura molto minore, Panzerchrist hanno già percorso queste coordinate musicali, con risultati a volte ottimi, a volte eccellenti, a volte pessimi o comunque deludenti. Nonostante tutto gli Antiquus Infestus impressionano positivamente: hanno la giusta dose di cattiveria, non mancano le melodie più oscure ed “esotiche” (già esplorate da Belphegor, Nile ed altri); i riff, pur non nascondendo le influenze principali del terzetto Italo-Danese, non risultano uno scriteriato copia-incolla senza fantasia. Sicuramente, da parte di questa stessa band, non mancheranno risultati migliori in futuro, ma già con questo album, “Isfet”, gli Antiquus Infestus ci dimostrano chiaramente la loro volontà di suonare con passione e dedizione. Ampiamente soddisfacenti.

 

Federico DistruzioneNucleare

84/100