Per essere una band emergente, i ragazzi di Udine hanno collaudato un legame fra testo e andamento del groove fuori dall’ ordinario. Le folate di regressione strumentale sono coerenti con il moto ondoso di una psiche ferita che vanno a sviscerare ed è proprio questo il sapore che un concept, in questo caso realizzato con un’ autoproduzione dal polistrumentista Alessandro Coos e il cantante Andrea Lodolo, dovrebbe suscitare. L’ ormeggio di Emptiness è avvenuto assicurando l’ albero maestro a una nutrita ricerca sulle esperienze di vita di autori passati che si annettono a quelle dei friulani. Probabilmente la traccia incipitale sprigiona l’ essenza istintiva della morte dal punto di vista del mortale, con una grancassa un po’ anni ottanta e accostamenti al piano a volte pacchiani. Alessandro introduce a Empty World con una manovra ambient, ma poco dopo troviamo un’ efficace commistione di scream e growl e alcuni sotterfugi pagan black. La figurazione della morte sfugge ai codici razionali dell’ inconscio perché essa appartiene a un antro istintivo che non interferisce con certi meccanismi mentali, ma lo spirito di rivalsa è destinato a crescere quando la drum machine simula una selva d’ acciaio. I tempi dei Marduk e un alternative melodico con certi clean regnano in Journey in the abyss of Emptiness. I nostri hanno preso la caparbietà dei ritmi novanta accorpando linee sibilline che ritroviamo nel melodic metalcore e sconfinano nel trance metal. La perdita di se stessi nel vuoto deriva dal bloccare qualcosa che ci fa male nella realtà quotidiana e nel testo di Journey porta a chiudere una pagina di vita perché non ci si relaziona più nel mondo allo stesso modo, ci si domanda perché ci troviamo con quelle persone che non trasmettono niente e ciò può portare a una ricerca dell’ io più autentico. L’ inizio di Finest Pain incupisce il pezzo precedente, arrivando imponente e pimpante. I ritmi ossessivi, fatti essenzialmente con una drum machine, generano quasi un’ evaporazione ellittica degli elementi psichedelici. Il pezzo decade in una triste empasse. Dicendo di voler inserire anche i Dissection nel loro groove mostrano le falle di un tentativo in cui il gruppo leggendario si sente, ma le scelte temporali sballate ingrandiscono il divario fra i due, almeno fino a Blind. In Blind la condensa sonora viene sezionata con giochi pirotecnici, sfruttando anche una matrice ritmica Bosse-de-Nage. Sembra che gli Ashes of Nowhere attraversino gli ultimi due interi decenni eliminando il superfluo e la tastiera penetra grandiosa nella scalata; intanto nei testi il tempo ci dota della pazienza nel ritrovare l’ equilibrio con le vicende sociali, un valore che scaturisce se si lascia che il tempo espleti le sue funzioni taumaturgiche. Il mood che in Blind e in Grains of Sand si vuole plasmare è simile ai Vattner Viskar, però i nostri imbandiscono una serie di manche tra riti melodici e virilizzazioni canore di uno scream tombale e angosciante, che non è esagerato in ambito post black, e a volte il lato melodioso traspira come una labile effusione. Nel testo della seconda, tratto da L’ Horloge di Baudelaire, il tempo ti svezza come il ricattatore più implacabile poiché col tempo hai sempre da rimetterci, l’ uomo è il suo bersaglio mobile, ma l’ uno è impassibile, il secondo si deteriora con le intemperie appunto. Il brano Lullaby for the Dead serba quell’ epic con la corda tirata secondo il costume Bathory e una batteria lancinante. Il cantato ha uno stile non dissimile dai Forgotten Woods e paradossalmente un blast beat meno sistematico consente un contrasto migliore rispetto a gruppi emblematici come gli Altar of Plagues, quindi un effetto più personale. La componente ambient fatta di droni dissonanti è quasi assente permettendo di avere pezzi più corti, ma allontanando una fetta di blacksters intransigenti. Lullaby rappresenta la soavità di una rinascita simbolica dell’ uomo, necessaria in quanto l’ avidità dell’ uomo di barricare le difese di una certa condizione è quanto di più lontano e insicuro dagli agguati della morte. La mansueta traccia finale si atteggia a cantilena, inebriando gli ascoltatori con l’ assioma della band sul malessere umano incrostato di noia se confrontato al pathos degli antichi miti. Rivisitando la consolazione ad Marciam del savio Seneca il buon Andrea spiega che non c’è nostalgia del tempo andato, è invece una consolazione aver vissuto quegli anni così da poterli rapportare all’ essenza effimera del contemporaneo. Fu consolante per la mulier romana al centro di lotte dinastiche preservare la nobiltà del vestiario e il ricordo di atti politici femminili. Si ritorna sempre lì, a quanto i romani abbiano migliorato la società e l’ otium del genere umano e a quando si è impossibilitati a agire moralmente e dignitosamente e non rimane che il suicidio. Così è stato per Seneca e per assimilazione i nostri eroi del post black promettono di continuare a fare del loro meglio anche per rispondere alla parte viva del tempo che ci vuole morti.    

 

 

Polverone Liz

80/100


Gli AoN nascono a settembre 2013 con l'intento di mescolare il suono aggressivo del black metal classico con melodie e influenze moderne.

Il concept del gruppo è basato sul rapporto dell'uomo con la morte il tempo e il desiderio.

I testi sono ispirati da un'approfondita ricerca basata su esperienze di vita, sopratutto del timore dell'uomo nei confronti del tempo che scorre e dell'inevitabilità della sofferenza e della rinascita attraverso l'annichilimento dell'io mediante la perdita di se stessi nel vuoto.

Il 2015 rappresenta il compimento dello sforzo creativo, tramite la pubblicazione del primo album, ''Emptiness'', anticipato da un teaser che funge da preludio per la storia dei prossimi videoclips.

Ottimo album di black metal classico sonorità tipiche dei gruppi norvegesi del genere. 

La voce in uno scream molto brillante e la batteria e veloce e fredda come il ghiaccio della montagna, la chitarra graffiante, questo duo ci saprà sorprendere e ci trasporta in un inferno ghiacciato. Il cantato molto particolare e la atmosfera lugubre e inquietante dell’artwork trasporterà l'ascoltatore in questa foresta morta, ricoperta di neve e nebbia e il tema ricorrente del album è il vuoto.La durata è in totale 28 minuti e 48, l'ep contiene 7 tracce.

L'album si apre con Empity Wor, intro lenta e paranoica e ti trasporta della nebbia. Una parte centrale veloce e aggressiva, la batteria martellante e lo scream molto coordinato con la parte melodica della chitarra graffiante; il basso presente e il sottofondo di tastiere rende il pezzo dolce e aggressivo allo stesso tempo, il testo parla del mondo vuoto e desolato e la durata per questa canzone è di sette minuti circa.

Si continua con Journey in the Abyss of Emptiness, voce con batteria bella violenta, da far sanguinare, la chitarra presente in questa canzone è in puro stile black metal classico con velocità aumentata. La parte ritmica si sente ed è ben amalgamata e fa continuare il viaggio dell’ascoltatore in questo ghiacciaio freddo, in questo mondo vuoto fatto di nebbia. Dopo l’assolo una parte lenta spezza leggermente il ritmo travolgente e veloce dell’inizio, e poco dopo ricomincia a martellare e riprende velocità, e la testa dell’ascoltatore viene triturata a colpo di cassa.

Terza canzone: Finest Pain, inizia con una intro di batteria classica e la chitarra che graffiante. La voce che penetra il cuore ghiacciato dell' album che con questa song crea come un iceberg all’interno dei pensieri di chi l’ascolta. Il cambio dallo scream al growl e impressionante, il cantante rende ancora più pauroso il corpo di un assolo breve e intenso con un finale veloce.

Si continua con blind, una intro veloce e incasinatissima come a far capire all’ascoltatore di essere cieco; il riff confusionario e la voce in pieno caos rende la canzone ancor più mistica e indecifrabile, questo caos rende cieco e senza guida per chi ascolta, parte della canzone con una buona parte lenta e arpeggiata, la cassa è presente ma non troppo e fa sprofondare e ti fa circondare dalla nebbia; un bridge di chitarra che fa da collegamento alla violenza musicale che si avvicina da li a poco, il cantante modula bene il suo scream, e il finale rende velocità e far sanguinare gli apparati uditivi.

Quinta traccia Grains of Sand, intro con la chitarra e l'acqua che scorre fa presagire con la cassa che si aggrega subito dopo e la voce femminile di sottofondo. La velocità non manca e il bridge di chitarra distorta far impazzire e rende il cervello un automa a questo ritmo e fa da ponte della parte centrare con la voce e gli altri strumenti a un tripudio di emozioni violente e malvagie e il finale di nuovo con acqua corrente.

Penultima canzone dell’album è Lullaby for the Dead, intro di archi e tastiere si allacciano alla batteria e una chitarra distorta al punto giusto e una voce più dolce rispetto alle canzoni precedenti. Un riff di chitarra personale, poi il resto della canzone è in un classico black metal e anche un pochino monotona e ripetitiva in alcuni punti. Qua la velocità diminuisce leggermente, l’assolo e alcuni passaggi di batteria e di chitarra si ripetono per tutto album ma nel complesso va bene, questa è più glaciale.

L'album si chiude con Burried, un intro di chitarra arpeggiata, piano e una batteria non troppo aggressiva, poi inizia la violenza musicale classica dello stile black; questa song ha una sua entità e si distacca un po' dal resto del l’album, è a tratti lenta e fa immergere l'ascoltatore nella follia e, come dice il titolo, ti fa seppellire. Una parte centrare lenta con voce femminile, una marcia militare di rullante e il piano che fa da sottofondo a questo bridge e subito dopo si collega alla parte spaventosa e demoniaca con lo scream che sembra un demone che ti voglia far riposare per sempre nel tuo sepolcro, un secondo ponte lento con voce demoniaca sembra ti faccia da sottofondo al tuo ultimo viaggio e un assolo con chitarra pulita che ti accompagna al finale della canzone.

Disco per gli amati del genere black metal puro si ispirano a gruppi della scena norvegese dei primi anni '90, possono migliorare e trovare il loro stile bravi ragazzi continuate così cercate solo di essere un pochino più personali.

 

 

Lucyfer 

65/100