L’album che vado a recensire questa settimana è Replacing Moments del duo italiano Donnie’s Leach 88, formato da Alessandro Bucci (ex Hell Baron’s Wrath, Maka Isna) e Francesco Lenzi (Assassini del Pop). L’album è composto da 14 tracce che mixano nel loro insieme elementi ambient, musica elettronica e blues, per un lavoro sperimentale ispirato dal famoso film Donnie Darko e da alcune delle creepy pasta più famose del web (La donna senza volto, l’uomo dalle mani di porco e l’esperimento russo del sonno). L’album si protrae per 43 minuti di pura atmosfera dai toni cupi, a tratti surreali, in linea con i temi scelti.

L’opera si apre con Mannequin, brano ispirato alla famosa creepy pasta “la donna senza volto”. Per chi non la conoscesse: questa “ministoria del terrore” narra di una donna che, dopo aver mangiato un animale, viene portata in ospedale ricoperta di sangue, dove successivamente ucciderà tutti i presenti. Uno dei dottori ebbe il coraggio di chiedere “Chi sei?” ed ella rispose “Io sono Dio”, per poi scomparire. Il suo volto non aveva espressione, così come il suo corpo non aveva un’anima. Il brano è lento, leggero, non ci sono accavallamenti di suoni. Ad un certo punto, si sentono delle urla umane in sottofondo. Il momento dell’uccisione delle vittime. La musica si fa pian piano incalzante, ma senza prendere veramente piede, tenendosi in uno stato di leggera inquietudine. Gli archi ogni tanto fanno una comparsata, a dare un accento all’irrequietezza, fino a chiudere il brano, il quale rimane comunque quasi “incompleto”. In letteratura lo chiameremmo “finale aperto”, qualcosa che lascia in sospeso e permette alla fantasia di lavorare. La seconda traccia P.H.M narra invece di un personaggio tristemente famoso nel mondo del metal: Nattramn, cantante dei Silencer, di cui si dice si sia fatto tagliare le mani per sostituirle con delle zampe di maiale. Sembra addirittura che questa non sia una creepy pasta, alcune fonti (e delle foto apparentemente autentiche) dicono sia tutto vero. Ai posteri l’ardua sentenza, diceva Manzoni. Il brano presenta dei suoni elettronici piuttosto inquietante, accompagnati da voci effettate e ad un certo punto anche da urla disumane, un po’ a ricordare anche i brani dell’artista in questione. A differenza della traccia di intro, qui i suoni si fanno più pesanti e incalzanti, anche se più dell’inquietudine si percepisce irrequietezza. L’irrequietezza di una mente disturbata? Probabile. La terza traccia, Autumn grey, narra invece di un uomo che,  cammina da solo, alla ricerca di risposte. Un brano psichedelico, che richiama molto poco il grigiore dell’autunno che si trasformerà in inverno, ma di più un brainstorming di pensieri. Abbiamo un intermezzo di quasi silenzio a metà, poi di nuovo lo psichedelismo della chitarra e dell’elettronica. La quarta traccia, R.S.U., narra della creepy pasta sull’esperimento russo del sonno. Si narra, infatti, che nella Russia degli anni ’40 si fece un esperimento nel quale alcuni soggetti vennero privati del sonno. Questi soggetti impazzirono, si uccisero tra di loro, addirittura arrivarono a praticare del cannibalismo. Sfido tutti voi, cari lettori di Insane Voice Labirynth, ad ascoltare questo brano ad occhi chiusi. Non mi esprimerò su di esso, ma aspetto i vostri responsi. Perché se c’è una traccia pienamente riuscita in quest’album, è proprio questa. Slow thunder è la quinta traccia di questo album che mantiene costante la sua vena oscura, portando l’ascoltatore ad un livello superiore di introspezione. Il brano cerca di ricreare l’atmosfera di una tempesta in arrivo, quando le nuvole nere sono all’orizzonte e i primi lampi squarciano il cielo. Un’atmosfera lenta, dettata da colpi di chitarra ed effetti sonori bilanciati, portano l’hype fino a tre quarti del brano, quando un colpo di gong annuncia il tuono e la chitarra diventa più incalzante. “La quiete prima della tempesta”, si dice, e questo brano ne è la chiara interpretazione. Variazioni leggere, ma in momenti ben precisi ed equilibrati.

Entrapped in a nightmare è la sesta traccia, con elementi elettronici e incorniciato da alcuni cori melodici. Il brano vuol descrivere un incubo, nel quale siamo intrappolati in un labirinto e qualcosa è vicino, dietro di noi. Difatti, il brano è molto frenetico, a tratti confuso e inizia esattamente come finisce. La sensazione è quella di non sapere come andrà avanti, come si evolverà ed è esattamente come ci si dovrebbe sentire quando si sta correndo all’interno di un labirinto, alla ricerca della via d’uscita. La settimana traccia è Inner ruins, dove possiamo sentire il pianto di un bambino e della sua giovane madre. Un’introspezione della situazione della guerra, della disperazione, le bombe, le armi che non vengono mai poggiate, neanche in presenza di neonati e delle loro madri. Un brano che va ascoltato più volte per recepirne tutte le sfumature. Il suono richiama non solo le urla, ma anche lo scoppio delle bombe, il rumore degli elicotteri, il fischio che si sente nell’orecchio quando un colpo passa troppo vicino. A fine traccia si sente qualcuno parlare, forse qualche generale che da degli ordini via radio. Questo ci porta all’ottava traccia, Orbital Rabbits, la prima ispirata al film “Donnie Darko” (che, se non lo avete visto, ve lo consiglio caldamente). Gli autori scrivono “Vi ricordate di Frank il coniglio? Bene. Ora provate a immaginare migliaia di Frank che stanno girando nello spazio… O nella vostra mente.” Bene, se qualcuno di voi ha visto il film, capirà il motivo per cui la prima reazione è stata “ottimo, la lupa chiude baracca e burattini, ci vediamo in istituto psichiatrico”. Se chiudete gli occhi e vi immaginate davvero migliaia di Frank nella vostra mente, questo brano vi manderà in trip completo. Sembra quasi una melodia orientale, di quelle che ogni tanto fanno sentire nei film nel momento in cui ipnotizzano qualcosa. Ed effettivamente, un po’ ipnotizza. Il connubio di suoni elettronici e l’atmosfera lenta fanno sentire le palpebre pesanti e la mente comincia a viaggiare per conto suo, pur rimanendo concentrata sul pezzo. Nella nona traccia, Spectres Dimension ci troviamo nel bel mezzo di una foresta, dove vediamo uno spettro che vuole la nostra anima. I suoni sono pizzicati, a dare un senso di angoscia e discontinuità. Se dovessimo immaginare delle luci, vedremmo una sola luce intermittente, a illuminare lo spettro che ci osserva. Il pezzo cambia a tre quarti, con dei suoni più metallici, forse a descrivere il luogo o forse a descrivere lo spettro. Decima traccia è Alone in the Forest, dove troviamo Donnie che pensa alla sua solitudine, dopo essersi risvegliato nella foresta confuso e con le braccia ricoperte di scritte. Un flebile chitarra blues compare a intervalli regolari, creando un’atmosfera da meditazione, nonostante un leggero sentore d’angoscia non smette di accompagnarci. O è solo suggestione dovuta all’aver visto il film? Rapidamente si passa all’undicesima traccia, The evil is inside the old teacher. La mia scena preferita del film: la vecchia prof. Kitty Farmer spiega che la linea della gioia ha solo due estremità (odio e amore/bene o male) e chiede agli alunni di inserire alcune cose nelle due categorie. A questo punto Donnie si alza e fa notare che non esistono solo quei due sentimenti, ma ci sono diverse sfumature di ogni cosa e non si possono classificare così facilmente. L’insegnante, naturalmente, si arrabbia e manda in presidenza l’alunno. Il brano parte con una leggera tastiera, accompagnata sempre dalla chitarra e da effetti elettronici. Regna la calma più assoluta, fino a metà brano, quando i suoni si fanno più frenetici. Personalmente, trovo il brano quasi divertente, il che è quasi paradossale visto che la scena a cui si riferisce è inquietante, da un punto di vista introspettico e psicologico. Il dodicesimo brano, Who’s the clown at the wheel?, si riferisce invece al clown alla ruota panoramica. Chi è questo clown? Il brano dura poco più di un minuto e si può definire un filler di collegamento composto da una chitarra fortemente presente e pochi effetti sonori che rendono il brano nervoso, frenetico; che ci porta invece all’atmosfera inquietante di Go to the Cinema with Frank. Ora, provate a immaginare di essere al cinema con il vostro/a ragazzo/a, vi state godendo lo spettacolo, quando all’improvviso vi girate e vi trovate davanti un coniglio gigante con dei denti enormi e gli occhi neri, e parte questo brano. Un brano lento, accompagnato da un suono melodico prolungato, il quale parte con l’accompagnamento della chitarra e a cui verso la fine si aggiungono dei bassi e delle voci morbide che creano un coro leggero. Da buona veneta, credo andrei a prendermi una grappetta, giusto per assicurarmi che se proprio devo avere le allucinazioni, almeno siano sensate. Arriviamo così al quattordicesimo e ultimo brano: The Final Decision. La chitarra sempre accompagnata dal synth da il via al brano, stavolta narrante il confronto da Donnie e la causa della sua intera vicenda. Il brano è accompagnato per tutta la sua durata da chitarra e synth, segnati da alcune variazioni bilanciate e da alcuni rumori che sembrano quelli di un trapano delle catene di montaggio. 

Presentare un album interamente strumentale è un’impresa ardua, soprattutto per chi non è avvezzo a questi generi; per questo vi consiglio di dare un ascolto all’intero album. In alcuni punti le atmosfere sono poco chiare e alcune volte non ho ben compreso cosa si volesse trasmettere, ma in pezzi come “Inner Ruins” le intenzioni si fanno paurosamente limpide. Direi che è il mio pezzo preferito dell’album. Ottimo anche il concept scelto, da appassionata del settore ho cercato di dare delle spiegazioni più chiare e precise possibili dei vari temi descritti.

Album consigliato a chi, come me, ama creepy pasta e quel film mindblowing che è Donnie Darko!

 

 

 

Irene Eva

80/100