Tutto è nato dal fatto che il bassista Lorenzo “Barabba” non riusciva per anni a realizzare il suo sogno di suonare death metal. Gli serviva un chitarrista con cui ci fosse affinità di vedute e lo ha trovato in Alessandro Caponera. Cresciuti a suon di Zeppelin, Doors ricalcando le passioni dei genitori, ma anche di Metallica e AC/DC, si sono spostati pian piano verso un sound più estremo. Il batterista Nicola Frate ha assicurato subito una struttura alle idee dei due e c’ è stata quasi una sintonia a prima vista. Lo spirito della band è quella di incidere solo dopo aver ponderato bene la resa del pezzo e degli equilibri fra gli strumenti e la loro strategia quella di far crescere la band con calma, poiché affannarsi nell’ emergere non serve secondo loro a molto in un paese dove la gente fatica a ricordarsi le band storiche. Nel 2015 lanciano questa demo autoprodotta e cercano di farsi conoscere anche nella rete. Le tematiche che si sprigionano nei testi cantati per la maggior parte in growl ruotano attorno le mura megalitiche della loro città, Alatri, costruite secondo la leggenda dai ciclopi, e lambiscono anche miti riguardanti l’ antica Grecia. Odisseo nel poema omerico è descritto prestar attenzione alle costellazione del toro, di cui Aldebaran è l’occhio infuocato, per sapere in maggio le piogge più insistenti. Il pezzo Aldebaran (Taurus Head) si mostra con un intro quasi alternative metal e quella malinconia pregnante il metalcore continua per un po’ a celarsi fra ritmi death. Gli accenni di dolcezza sonora però finiscono qui. Il testo inizialmente vuole metaforizzare l’ essenza della band con una parallasse nei cieli della costellazione del toro, si descrive il brillare dell’ anima in alto e il suo troneggiare nel cielo, poi l’obiettivo diventa raccontare la storia della giovane supergigante rossa, pulsante di vita come se rappresentasse la breve storia della band. I lati della stella sono definiti magici nel testo e rivendicano la vita nella sua infinitezza. La sessione ritmica si fa pressante come My Apocalypse degli Arch Enemy e favorisce l’ headbanging, mentre con possanza cresce il feedback morboso: il brano è quindi impostato come un percorso tematico e musicale dove, quasi sul finale, l’assolo di Ale Caponera si innesta con giudizio, con passaggi semplici ma non scontati. Quest’ assolo prende colore da quelli che sembrano un fa settima e nella seconda battuta un mi settima, ma anche un fa e mi diesis di una pentatonica maggiore, in ogni caso da un trend molto melodico, e si scatena con un andatura sincopata che ricalca un po’ la batteria in quel punto. Il basso che lo accompagna, come nell’ intro, mantiene una corsa centripeta in cui i picchi chitarristici confluiscono in un oscuro imbuto sonoro. Il pezzo Leviathian contiene riff spezzati simili ai Deicide di When satan rules this World e abbiamo le tipiche ritmiche assetate di sangue del death ma non tanti cambi di velocità, mentre Lorenzo condisce dei bridge discendenti con linee sorprendentemente melodiche. L’ assolo questa volta approda su lidi un po’ più doom, nel senso che rallenta un po’ facendosi più pesante. In origine il Leviatano era ispirato al dio Sabok egizio, un coccodrillo nato dalle acque fangose del caos originale per creare il mondo, ma i Gigantomachia ripercorrono il mito secondo cui è uno dei figli di Poseidone, un mostro marino divoratore di tutte le anime a simboleggiare la potenza devastatrice del mare. Il leviatano è, secondo i membri della band, un cacciatore senza controllo e inarrestabile in qualsiasi ambiente, ma dimora nello Stige, il fiume dell’odio. Quindi questo secondo brano si può interpretare come un’antitesi del primo, nel senso che l’anima deve comunque render conto al suo destino di essere fagocitata. Si sente che c’è un andamento scolastico nel death, ciò non toglie che l’aggressività e la forza d’urto siano sopra le righe. E’ proprio questa la forza dell’ep, riuscire attraverso la precisione compositiva a infondere furore agonistico nell’ascoltatore. Ancora in cerca di una vera identità sonora, ma abituati a lottare con macchinari industriali per avere lo stipendio a fine mese, riescono a estrapolare questo terzo pezzo, Eye of the Cyclop, all’ inizio con il riff doom di Alessandro molto tenebroso, poi con la batteria ad alto voltaggio di Nicola. Un pezzo dove non c’è il classico schema strofa-ritornello-bridge ma si susseguono vari motivi corposi che per natura dovrebbero essere prolungati, invece sono agguerriti nell’immergersi in altri riff aumentando la tensione. La parte distruttiva del carattere dei membri della band diviene in Eye of the Cyclop quasi un vanto perché testimonia l’appartenenza ad Alatri. Inciso su un masso nel punto più alto dell’acropoli della città si ha il simbolo della triplice cinta, che si suppone fosse stato inventato nelle celebrazioni druidiche, ma trasportato poi nei tre cortili del grande tempio di Salomone, ed è orientato astronomicamente. Si tratta quindi di un luogo molto importante di un regno antecedente il 1500 a. C. che conosceva la sezione aurea, cioè quel rapporto fra le proporzioni usato per la piramide di Cheope, e che proveniva probabilmente dall’ Asia minore. L’occhio del Ciclope, anche se può trovare valore astronomico nella porta dei falli nelle mura durante l’equinozio, vuole istigare l’idea del potere annientatore dell’occhio, e nei ritmi ruspanti e intrepidi della song si può immaginare la fase di costruzione dei megaliti in cui i massi erano pressati dall’alto, mentre si continuava a accatastare a un piano inferiore del cantiere. Nel testo si parla di vita dopo la vita e potrebbe essere un riferimento ai Ciclopi rinchiusi nel tartaro da Urano come aberrazioni della divina creazione ma liberati da Zeus per mandarli contro i Titani. Gli studiosi hanno attribuito la liberazione dei Ciclopi all’inferno all’eruzione del vulcano Sartorini, un’isola delle Cicladi, avvenuta poco prima del 1500 a. C., durante le quale sono morti molti uomini ma altri sono migrati in altri lidi del Mediterraneo. Tornando al brano, c’è un’esuberante alternanza tra il groove lo scream e le chitarre nella seconda parte appaiono più fetide e ancestrali. La voce del cantante Erwin Zelent continua ad essere funestata di ira e nel finale con classe il groove le lascia sempre più spazio. La battaglia dei giganti in questo EP rifulge a volte come la battaglia dei moti emozionali dentro ognuno di noi e quello che trapela dal lavoro dei ragazzi sabini è la sana competitività in ambito death che dovrebbe essere fomentata soltanto dalla passione di suonare questo genere.

 

 

Polverone Liz

79/100