Dopo essersi trovati a suonare diverse volte insieme, nel 2001 si forgiò l’intesa tra il chitarrista Alessandro Morroni e il cantante Cristian Bartolacci a Morrovalle, un paesino nel sud delle Marche. Anche nel loro caso tutto era partito dall’ ascolto di Led Zeppelin o AC/DC e poi si cercava sempre di saziare la fame di conoscenza. Forti delle altre reclute gli Ibridoma ricevevano consensi a livello locale finché nel 2004, dopo alcune partecipazioni ai concorsi, si sono aggiudicati il primo premio al Rock around the Road. Tra il 2008 e il 2009 hanno ottenuto i primi contatti di endorsement e iniziato a condividere il palco con Uli Roth degli Scorpions e Ritchie Kotzen di Poison e Mr Big, Nel 2010 con l’ uscita del primo full-LENGHT sono stati chiamati al Magic Circle Festival IV in Slovenia insieme a emblemi del melodic death e del power della caratura di Manowar, Arch Enemy e Kamelot. L’ SG Records ha supportato per questo ultimo album i rockers sul terreno finanziario, ma sul piano della produzione non ci sono problemi. Inizierei dall’ artwork, indicativa di quanto alla band stia a cuore il voler desacralizzare gli stereotipi delle carriere pompose di gruppi che si preoccupano di riempire solo i grandi teatri. Come nei Vicious Rumors di Welcome to the Ball abbiamo una tenaglia rotante che scoperchia la Royal Albert Hall nell’ intento metaforico di dissolvere il concetto di heavy metal puro, qui troviamo stalagmiti che disintegrano l’Altare della Patria con tanto di Cicerone pensieroso rivolto verso l’ architettura neoclassica, assurto a simbolo della carriera politica. L’ inizio è quello di motociclisti con ancora souvenir di un raduno nella sterpaglia con City of Madness che snocciola un riff intriso di asfalto. La desolazione è presente nelle loro menti, è tempo di morire in questa città e nello specchio appare gente che si avvelena. Alle volte Cristian o Marco arrivano in sala prove, dove si svolge il più del lavoro, con un riff e dà li si edifica tutto. Nelle strofe la batteria è imponente mentre nel ritornello cede il ruolo preponderante alla chitarra elettrica. Lo stile di Land of Illusion è un po’ incline all’ heavy power, ma anche a certi passaggi ritmici degli Exodus ottanta, così come come gli assoli semplici ma calzati di Gary Holt dei primi album. L’ allusione al white rabbit non è tanto relativa all’ uso di pillole quanto alla solitudine nella quale è partito il protagonista di Land of Illusion, il quale sa che tutto ciò che toccherà sparirà: si insiste sul tema dell’ essere soli che fa cambiare la percezione delle cose. La semplicità dei riff è la prima arma di cui si dotano gli Ibridoma, si preferisce interpretare un accordo invece di andarlo a complicare. Se si suona un fa diesis o un la bemolle Lorenzo Petrini al basso lo sostiene con un mi bemolle o accordi di quel tipo. Il ritornello è molto trascinante come alcuni pezzi del citato Welcome to the Ball. Nella title track si palesa l’ altro cardine della musicalità del gruppo marchigiano, la bravura nel far salire l’ atmosfera a partire dalla seconda strofa per ammorbare l’ ascoltatore nel secondo refrain in modo da lasciare il play schiacciato per tutta la durata, play che distrugge tutti i viaggi che hanno fatto piangere le persone e così bisogna andarsene prosciugati dalle lacrime. Il finale punk rock coglie in fallo tutti. Chi si figurava già un album heavy metal nella norma ha dovuto riconfigurare il suo pensiero con la quarta traccia, se in Duran Duran Ordinary World è seconda qui la degna erede è al quarto posto, una ballata psichedelica dal nome Anja con un cantato che potrebbe essere pop e chitarre alternative. Il cantante invita la principessa a venire con il proprio silenzio, ma il suo sorriso ingannevole è la sensazione più ingannevole che abbia provato. Le proprietà magnetiche di Cristian, già mostrate ampiamente con gli Scala Mercalli, non si discutono e combaciano con ciò che fa secondo l’ interessato una band meritevole, ovvero il saper rendere partecipe l’ ascoltatore. My Dying Queen parte con un ritmo serrato poi si opta per un refrain più cadenzato dove l’ elettrica si condensa egregiamente con la batteria rimbombante. La frustrazione di una nazione al limite continua a invadere l’ album, riflesso dei lamenti non troppo celati dei membri della band che spinge ad abbandonare un paese dove non c’ è più spirito d’ iniziativa e ciò si riscontra nella chiusura di molti locali che incentivavano l’ underground nel maceratese. Di controaltare gli Ibridoma danno tutto per i fan dell’ underground e sciorinano saggezza con le loro influenze musicali, come l’ AOR dalle ritmiche possenti e a volte con schemi stoner metà novanta di Dreams of the dreams, dove finalmente l’ illusione ammalia dall’ incipit colui che prova a rimanere sveglio dentro di essa e percorre una chance nel suo mondo fantastico. Come Cristian ha spiegato sul palco di Posatora ad Ancona, dove il sottoscritto era presente, che la tendenza da parte sua è quella di produrre anche brani in italiano perché il messaggio arrivi più fluido, nella quasi sanremese Arcobaleno il grazioso assolo di chitarra racconta la sinergia con uno specchio in cui ritrovi il bambino che scende dai candidi filamenti celesti. In My Star con un salto di vent’ anni brillano rugiade cyber metal sui vitigni stoner, seguite da un AOR sfarzoso ed esaustivo. Quelli colpiti dalla stella sono la crescita, la corrente ascensionale che conduce alla stella, che penso possa interpretarsi come una guida femminile che toccandoti svela veramente chi è per te. L’ ultimo pezzo You are a Liar, che chiude il cerchio del microconcept degli ultimi tre pezzi, fa sentire la sua vicinanza al power ma stona un po’ nel ricordo che l’ illusione, guardando nel proprio cuore, null’ altro è che una menzogna, ma in fin dei conti il messaggio voleva essere più pragmatico che positivo.

 

 

Polverone Liz

77/100