Ambizioso questo album degli Icethrone, gruppo ligure che vuole inserirsi nella cerchia di quei gruppi death metal melodici con influenze folk e viking. Già dal titolo le intenzioni sono chiare: inverno, neve e freddo fanno da contorno alle storie narrate, che parlano di eroi, di gloria, di onore e vendetta. Musicalmente parlando, il genere proposto è assimilabile a gruppi come Amon Amarth e Borknagar, ma richiama anche Insomnium e Before the Dawn; di carne al fuoco ce n’è tanta, giusto per far venire l’acquolina in bocca a tutti gli appassionati di queste sonorità. La presenza di alcune liriche in italiano, e di una traccia ispirata al Trono di Spade non fanno altro che incuriosire ancora di più.

Purtroppo, fin dal primo ascolto, emergono numerosi difetti che deludono le aspettative. È un vero peccato bocciare un gruppo nostrano, ma questo è il classico esempio di un lavoro che ha come base delle idee davvero brillanti che però vengono sviluppate male. 

Il primo grosso problema si riscontra nelle orchestrazioni. I pezzi presentano numerose parti orchestrali ad opera del tastierista Vlaad, che, a livello esecutivo, è ineccepibile e si destreggia bene tra pianoforti, organi, fiati e archi. Si presentano però due difetti, il primo è inerente alla scelta dei suoni ed il relativo mastering, il secondo a livello di songwriting. Ad oggi, con le tecnologie attuali, è possibile far suonare un’orchestrazione scritta a computer (tipicamente tramite suoni MIDI) come se fosse un’orchestra vera, composta da esseri umani con strumenti reali, e molto spesso è impossibile capire se un violino è stato suonato realmente oppure è computerizzato. Le orchestrazioni su quest’album invece suonano proprio “finte”; questa caratteristica emerge soprattutto nello sbalzo tremendo che si viene a creare tra gli strumenti tradizionali (chitarra, basso e batteria) e le tastiere. Da un lato delle chitarre molto grezze, e dall’altro dei suoni troppo artificiali. Probabilmente la gestione del mastering non è stata così accurata come avrebbe meritato, e gli strumenti non si amalgamano a dovere. Per quanto riguarda il songwriting, il problema si riscontra nella ridondanza e ripetitività di alcuni passaggi. Un uso più parsimonioso di certe soluzioni avrebbe giovato di più alla dinamica dell’insieme. Capisco che il tastierista abbia voglia di farsi sentire tanto quanto gli altri, ma la tiritera presente in sottofondo per tutti i 9 minuti di “Dreams Of Death” è veramente troppo. Se un loop ipnotico è il marchio di fabbrica di alcuni gruppi di nicchia come i Neurosis, in un contesto death metal annoia presto. La situazione non è migliore negli altri brani, dove la presenza costante delle orchestrazioni invece che impreziosirli comporta noia e disturbo. L’apice si raggiunge con la title track, traccia strumentale orchestrale di oltre 5 minuti che, se negli intenti vuole rimarcare l’atmosfera che sta dietro al concept, grazie a dei suoni non all’altezza ricorda piuttosto le colonne sonore di vecchi video games, e chi si ricorda giochi come Super Castlevania IV sa di cosa sto parlando, roba di altri tempi. Effetto skip assicurato.

Al netto delle tastiere cosa rimane? Chitarre e basso non sono male, ma purtroppo passano in secondo piano a causa dei problemi di cui sopra, e di conseguenza non sono così d’impatto come invece dovrebbero essere. Algiz convince in growl, ma sono poco efficaci e poco funzionali i cori, siano essi in scream od in pulito (nella bio del gruppo viene segnalato che le backing vocals sono affidate al chitarrista Matheus). Purtroppo un pezzo come “Medusa”, dove compare anche una voce femminile, se fosse stato curato a dovere sarebbe potuto diventare una vera hit, ma purtroppo l’insieme non funziona, ed invece di trovarsi di fronte ad una band metal, sembra di partecipare al coretto dell’oratorio. L’approccio non adeguato in fase di produzione incide negativamente su quelle che sono le qualità del gruppo, ovvero la capacità di scrivere melodie invernali e riversare in note il freddo ed il ghiaccio. Sarebbe interessante capire quanto queste scelte siano state determinate dalla band e quanto dai fonici dello studio di registrazione (Archetype Studio - Savona) o in fase di mixaggio (Eleven Studio – Savona).

Ultima menzione per i testi in italiano. Personalmente non gradisco molto l’utilizzo della nostra lingua madre nel metal, fatta eccezione per quei gruppi che scrivono liriche talmente complicate e basate su concetti filosofici talmente profondi e ricercati da richiedere una lingua ricca come l’italiano per essere espressi bene, mi riferisco ad esempio ai bergamaschi Veratrum. In questo caso si nota lo sforzo di voler utilizzare l’Italiano forse per un maggiore coinvolgimento, ma il risultato non è poi così convincente da giustificarlo, ma a dirla tutta alcune ingenuità nelle liriche emergono anche nelle parti in inglese, quindi non è un problema della lingua scelta, ma dell’approccio utilizzato in fase di stesura dei testi. Tuttavia si parla di guerre, di vendette ed eroi, quindi non è nemmeno facile uscire dai soliti cliché caratterizzati da urla battagliere e slogan feroci, che, nella loro semplicità, sono forse la scelta migliore per tale approccio.

Il disco nell’insieme non è brutto, ma presenta alcuni problemi non di poco conto e che ne inficiano il risultato complessivo finale in maniera irrimediabile. Come scritto in apertura è un dispiacere stroncare una band nostrana, ma purtroppo c’è da dire che di gruppi underground validi ce ne sono veramente tanti, la concorrenza è spietata e per emergere occorre curare ogni aspetto in maniera maniacale. In tal senso gli Icethrone sono ancora “acerbi”, hanno delle buone idee, hanno intuito e buon gusto per certe sonorità, ma non hanno ancora trovato la via giusta per poter concretizzare in maniera efficace quello che hanno in mente, quando ci riusciranno probabilmente i risultati arriveranno, le premesse per fare meglio ci sono tutte.

 

 

 

Sorma

55/100