I reggini Injury, attivi dal 2008, ci presentano il loro secondo full-lenght, intitolato “Dominhate”: una piccola perla di puro e incontaminato Thrash Metal dall’attitudine e la ferocia ottantiane aperta dal tenebroso, gelido intro a “The Shadow Behind the Cross”, con voce metallica da far venire i brividi. La canzone stessa avanza invece con la caratteristica potenza che ci si potrebbe aspettare da un album di questo genere. La produzione è ottima, precisa, imponente, anche se talvolta la voce di Alle risulta forse troppo in evidenza a livelli di mero volume. Ancora “Drop the Bomb”, seconda traccia del disco, non lascia scampo né respiro, se non in una fugace apertura melodica, azzeccatissima con lo spirito della canzone, prima di gettarci in pasto a “Lost Generation”, canzone dal riffing fortemente ispirato ai Kreator degli ultimi anni, varia e possente com’è giusto che sia. L’intro di “Slaves of our fears”, che segue nella scaletta, è a dir poco spaccaossa, nelle intenzioni e nei fatti: un approccio pesante e ritmico, accompagnato da atmosfere malate delle chitarre di Artio e Paul (rispettivamente alla ritmica e solista), e da un eccellente e ben costruito assolo di quest’ultimo, rende questo pezzo, chiuso da un semplice quanto suggestivo arpeggio, tra i più belli dell’album.

Giù di nuovo a mazzate sui denti: “10000 Graves” ci attendono, e la base ritmica di Mibbe (basso) e Pollo (batteria) ci fa sentire tutta la sua precisa potenza, e l’energia procede inarrestata, inarrestabile, anche con “Unaware Prisoners”. “Ride the Riot” si presenta invece con un’atmosfera oscura, riff segaossa e una ritmica martellante: pur non essendo veloce come un treno, questa canzone contiene essenza di puro Thrash Metal distillato. La migliore dell’album, da ascoltare assolutamente. Ciò che mancava all’eccellente numero 7 si trova invece in gran quantità nella seguente “Annihilated by Propaganda”: velocità, velocità e ancora velocità, pur non disdegnando cadenzati breakdown verso la fine. Poliedrica e oscura, “Fashion Swine” continua sulla linea oltranzista di pura aggressività temperata da un buon gusto melodico, che del resto caratterizza tutto l’album. Chiude le danze “It’s my Land” con tutta l’energia a cui ormai gli Injury ci hanno abituato, a cui ormai, dopo quasi 50 minuti, ci siamo affezionati.

Ora, come consuetudine, tiriamo le somme. Eccellente la proposta del quintetto reggino, pur se pesantemente influenzata dai colossi del genere (primi tra tutti, Metallica dei tempi d’oro e Kreator moderni), personale ed energica, sempre di buona qualità e con i due picchi di “Slaves of our fears” e “Ride the Riot”, fatta di composizioni mature nella struttura e nella cura dei suoni e delle atmosfere. Riff eccezionali, alla base di ogni buon disco metal, piovono da ogni cambio di tempo, e le idee, pur se mai troppo fuori dagli schemi del genere, sono sempre buone. Unica pecca è che l’energia, su questa registrazione, va immaginata, più che percepita: la produzione, pur grossa e imponente, manca di quel calore umano che invece, garantisco personalmente dopo aver visto gli Injury dal vivo, in un concerto avvolge e massacra senza pietà gli spettatori.


Lorenzo Stelitano

75/100