Per Andy Martis esiste un progetto di rock crossover al cui mantenimento è votato per il resto della vita perchè avendo suonato a Los Angeles a lungo ha abbracciato l’ idea del fare musica come la interpretano nella West Coast, ossia come un normale lavoro, ma al contempo si dissocia dall’ incostanza dei musicisti della città degli Angeli, spesso impegnati su più fronti e mai realmente presenti. Quando facevano del thrash con spunti elettro-jazz, i suoi Media Solution fecero da spalla perfino ai Sepoltura, ma la tragica morte del batterista Livio fermò un po’ l’ entusiasmo. Dopo gli insegnamenti della California era giusto rendere felici anche i fan di Torino arricchendo la scena con un groove e uno stacanovismo che non era stato incentivato alle falde della Mole, ma se il sound californiano prima era quello psichedelico, ora è ben rappresentato dai picchi di hardcore. Nel 2015 era ora di proseguire sulla strada tracciata dall’ ep estrapolando qualcosa di grandioso con The Prelude. Le persone scelte per i Media Solution sono Robb Sackett alla voce e Jay Dott al basso, gli altri sono turnisti, ma la ricerca di personaggi che buttino anima e corpo al progetto per Andy non è finita. L’ apertura di The Prelude è la manifestazione del diodo generatore di heavy metal e il cantante ha una forza motrice paragonabile ai The Ghost Inside, esaltata dalla voce sporca da thrasher. Jay quando ricomincia la battuta pizzica le corde del suo basso senza accordi per dare uno stacco e purezza maggiore. Dopo Destroy Something Beautiful la ritmica hardcore inizia a invadere l’album con Punchine, ma l’ inizio è la prova della collaborazione con Ulrich Wild, che imprime un senso di fluidità alla chitarra assimilabile ai Deftones, di cui è stato membro. Nella parte centrale ottimi esempi di crunch nella ritmica distorta catturano l’ ascoltatore amante del thrash ed oltre ad una botta adrenalinica di una sezione crossover entra in campo il compressore con dei clean chitarristici che elevano la melodia, successivamente una rinnovata ritmica heavy prepara all’ epifania del granatiere ritmico hardcore, prima un po’ velato, ora molto simile ai Primus di Sailing the Seas of Cheese. Il riff iniziale di Stand my Ground ha una tonalità rock ‘n roll con spire di alternative a insinuarsi e la batteria si stende come un mantello ad avvolgere gran parte della miscela sonora. Alle volte chitarra e basso assecondano questi moti rivoluzionari di piatti e bacchette, assottigliando i rispettivi concentrati col ricorso a meno accordi. Il refrain, come tutto il resto, ricorda alla lontana Hell’ s Gone Crazy dei Pink Cream 69. I musicisti appaiono a loro agio nel divincolarsi da un genere nel corso della canzone e dimostrano l’ esperienza nel scegliere varie tecniche di chitarra quando occorre colorare un po’ il groove. In Coward risplende l’ uggioso straniamento di una musicalità anni novanta, con le chitarre prolungate alla Gotthard che rinforzano le giunture. L’ arrostita ritmica si fa atroce, contemporaneamente i riff pungono come spine industrial in Turnoil, giri di basso controversi affliggono il sound, mentre Martis si prende le sue iniziative con alcuni slide e un effetto delay al minuto 1: 55. Un pezzo che parte marcio ma poi si svela sofisticato, Robb è qui in forma smagliante e si assiste a una sua virata in scream. Un limite può essere quello di rimanere entro gli schemi di un brano precedente e insistere sulla medesima andatura nel corso di quel brano, come ad esempio vale tra la seconda parte di Punchine e la prima di Enjoy the Ride. Con i riff franti però ci sanno fare e riescono a non far sentire il salto da una routine alternative allo stoner, questo è ciò che succede in We are the King. C’ è la durezza dei novanta ma anche la voglia di lottare nel ring di un’ apparente confusione sonora. Il riff della track finale Enjoy the Ride è più sudato del solito, quasi tribale la batteria, Andy si stacca dalla briglia ritmica per intensificare la stratificazione dei suoi motivi alla chitarra. L’ avvicinarsi progressivamente a delle sonorità internazionali grazie a Ulrich Wild ha permesso nel loro caso di condensare un groove molto più personale e stritolante e unire la voglia genuina di suonare a un gusto californiano che li rende una band evocativa per i sognatori del rock.

 

 

Polverone Liz

79/100