Gli Obliterated, originari di Pesaro, escono dopo svariati e sfortunati cambi di line-up con questo “Fragments of Infinity”. Il master mind del progetto è Stefano Viola (chitarre, voce), che, una volta trovati dei componenti stabili in Dylan Benelli (chitarra), Luca Renzi (basso) e Adam Chahed (batteria), è riuscito a confezionare un prodotto molto interessante.

La copertina futuristica e i titoli dei pezzi farebbero pensare agli ennesimi cloni dei Meshuggah, ma leggendo la loro bio si rimane stupiti nello scoprire che il genere proposto è un progressive thrash metal oscuro e claustrofobico, e che i gruppi di riferimento sono Vektor, Voivod, Death e i primi Pestilence. 

Un altro aspetto particolare è il numero dei pezzi, solamente 4, per una durata complessiva che sfiora la mezz’ora. Si parte quindi con un pezzo molto impegnativo di quasi 12 minuti: “Creator Of Void” è una vera e propria suite, con cambi di atmosfera e di tempo, dove emerge più volte la venatura progressive del combo. Si inizia con un’efficace intro sinfonica che non fa in tempo a fuorviare perché presto si presentano le chitarre e poco dopo un riff sparato a mille. La partenza è molto ispirata e quando entra la voce si capisce che i ragazzi hanno voglia di spaccare. Da qui alla fine troviamo di tutto, riff velocissimi, assoli intrecciati, armonizzazioni e anche aperture melodiche con chitarre pulite. Verso la chiusura arrivano alcuni passaggi groove che mi hanno ricordato non poco alcuni lavori di Slayer e Kreator e poi ancora velocità prima della fine. Il cantato è sporco, urlato e cattivo, sicuramente i gruppi di riferimento non sono stati citati a caso, però protagoniste assolute sono le chitarre, perché per tutto il tempo sono loro a condurre i giochi.

La seconda traccia “Ouroboros”, con una durata che supera i 7 minuti, ripercorre gli stilemi della prima, con numerosi cambi e la voglia di mischiare il più possibile le carte in tavola, ma a mio avviso, il pezzo migliore  è “The Shores of Chaos” dove tutte le influenze del combo vengono amalgamate con maestria, inserendo anche un po’ di melodia (senza esagerare!) che rende questo pezzo quello più riconoscibile ed originale. 

Chiude degnamente “Wings Of Macrocosm”, buon pezzo ma sicuramente il più “tradizionale” tra i 4 proposti.

Dopo svariati ascolti mi permetto di fare una considerazione sui primi due pezzi e sulla loro durata. I 12 minuti di “Creator Of Void” sono suddivisi in maniera abbastanza evidente in 3 o addirittura 4 momenti. La stessa cosa si può dire per la seconda traccia “Ouroboros”, che a sua volta presenta almeno 2 anime. Non so come si è svolta la procedura compositiva di questi pezzi, ma sembra quasi che entrambe durino così tanto per una scelta presa a tavolino piuttosto che in maniera naturale. Mi spiego meglio: ascoltando queste canzoni senza avere il player davanti si rischia di perderne il filo, perché in alcuni momenti sembra che la canzone finisca e ne parta un’altra differente, per quanto la connessione tra le varie parti sia perfetta dal punto di vista della tecnica musicale. Quindi la mia domanda è, perché invece di scrivere una canzoni da 12 minuti strabordante di idee, non si sono concentrati nello scrivere più canzoni sfruttando appunto ciascuna di queste idee? La stessa cosa succede per “Ouroboros”, perché se non fosse che verso la fine viene riproposto il riff di apertura, volendo ne escono due canzoni distinte. Dico tutto questo soprattutto in relazione al fatto che, come detto sopra, la traccia che ho preferito è proprio quella più compatta, ovvero la terza. Una maggiore lucidità nella gestione del minutaggio avrebbe forse permesso loro di sfornare dei pezzi bomba più brevi e diretti, ed avere in mano un vero e proprio full length piuttosto che un EP. Non me ne vogliano gli Obliterated, magari quello che per me è un difetto in futuro diventerà il loro punto di forza, ma confido sul fatto che ora che la loro formazione è più stabile, la messa a fuoco dei prossimi pezzi sarà migliore.

Per concludere, una nota di merito alla produzione. Non sono un amante delle produzioni vintage, ovvero di quei gruppi che fanno di tutto per assomigliare a “Kill’em all”… e per fortuna non è questo il caso. Abbiamo chitarroni belli cattivi, assoli affilati come rasoi, basso presente che spinge e soprattutto una batteria con una cassa che, ad alti volumi, vi farà vibrare il petto come quando da piccoli andavate alle giostre. Ottima la scelta di non far emergere troppo la voce, in favore delle chitarre, perché sicuramente il riffing è uno dei loro punti di forza. Insomma il thrash nel 2016 deve suonare così!

 

 

SORMA

70/100