Diciamolo subito: un album come Catacomb o lo si odia, o lo si ama.

 

Il perché è presto detto: non è facile al giorno d’oggi, nel 2016, trovare chi ha il coraggio di avventurarsi in un’impresa come quella di riportare il black metal alle sue origini, pertanto, chi è abituato alle produzioni patinate ed alle sovraincisioni che da anni la fanno da padrone nelle mega produzioni di genere, rimarranno scontenti e fuorviati.

Chi invece avrà la pazienza di avventurarsi in questo disco, potrà sbizzarrirsi in un mondo davvero insolito, di pregevole fattura e coadiuvato da testi che rinnovano in una lettura poetica argomenti che altrimenti risulterebbero triti e ritriti e senza spessore.

Italianissimi e con una storia alle spalle degna delle migliori black metal band, gli Orcrist, attivi dal 1999, sorgono dalle ceneri della death metal band Eld e ruotano attorno al deus-ex-machina Grav (batteria), che si occupa non solo di dare vita alle terribili ritmiche che si susseguono lungo tutto l’album, ma si prende anche l’incarico non facile di dipingere con i suoi testi uno scenario di morte, cattiveria misantropica ed odio con un piglio lirico e poetico che hanno davvero pochi eguali soprattutto sulla scena italiana.

Dopo l’ottimo Fallen del 2011, che vedeva impreziosita la sua sostanza con la massiccia ed imperante prova vocale di Goblin degli Isvind, e dopo uno scioglimento temporaneo durato 5 anni, Grav riunisce attorno a sé una nuova line-up che vede Ant (fondatore dei Frentum) alla voce e Snake impegnato nel doppio ruolo di chitarrista e bassista.

Il risultato è questo possente Catacomb, che riparte dal gelido e devastante black metal di matrice norvegese proposto in Fallen e lo sviluppa traendo ispirazione da teste di serie come Burzum ma senza mai farsi influenzare o cadere nelle citazioni.

Anzi, ciò che emerge da questo disco è proprio una partitura personale e originale di black metal che ha nella prova dei tre membri della band l’essenza e la forza (e soprattutto l’intelligenza) di ciò che si potrebbe definire ‘un album come non se ne sentiva da molto tempo’.

E ‘senza tempo’ è una definizione calzante, soprattutto se si guarda la produzione, totalmente analogica: priva di fronzoli o limature, tracce registrate ‘live’ e one-take mettendo così in primo piano la band ed il suo sound, e non il background da stanza dei bottoni ai quali si è abituati oramai da tanto, forse troppo tempo.

Grav, Ant e Snake danno una prova esemplare, soprattutto sul lato esecutivo; una prova grezza e pulsante, dove ovviamente anche il lato tecnico fa la sua parte, e in maniera pressoché perfetta.

 

Le atmosfere create dalla band sono il punto di forza dell’album, dove si abbandonano gli orpelli, e si gusta una prova genuina, coadiuvata da una copertina che unisce semplicità e impatto… i riff melodici e quasi ‘artici’ vanno a fare da tappeto alla voce soRprendentemente varia e al contempo aggressiva di Ant, che interpreta i testi di Grav in maniera davvero impressionante.

La title-track apre le danze, con il suo incedere maligno e sorretto da un ritmo che sembra trattenersi in un vortice di melodia e freddezza; segue Divine Sacrifice, traccia devastante, se vogliamo la più ‘norvegese’ del lotto, che sembra quasi sviluppare la song precedente quasi ne fosse una parte più sviluppata.

Arriva poi Unlight, un gioiello oscuro e claustrofobico, che con il suo moto dilatato e soffocante spezza l’atmosfera aprendo la strada alla terrificante Night Of Silence, carica di echi funesti e luttuosi, che sembrano non dare scampo all’ ascoltatore.

Destroyer, cadenzato e violento, trascina la band in una sorta di black and roll, coinvolgendo per l’alta dose di dinamismo e schiettezza, preparando chi ascolta al finale struggente e depressivo di Soul Eye, carico di pathos ed atmosfera (forse la punta di diamante del disco) che si trasforma in una sorta di pre-finale… quando tutto sembra finire ecco la ‘seconda fine’: In Total Solitude, con le sue evocazioni maligne e senza via di scampo, ci portano alla fine di un viaggio sonoro fatto di oscurità e malignità, senza cadere mai nel banale, regalando una band carica di sincerità e schiettezza, che ha nel suo punto di forza uno stile semplice e schietto che combina melodia e freddezza degni dei migliori album di black dell’epoca d’oro.

 

Catacomb risulta essere un perfetto esempio di ciò che si può fare con le idee e con la tecnica senza scomodare iper produzioni stellari e milionarie; ed il fatto che gli Orcrist siano un prodotto nostrano dovrebbe inorgoglire ogni appassionato del genere.

Insomma, un disco da non perdere, per chi rimpiange i grandi fasti del black metal ma che cerca anche qualcosa di originale ed unico.

 

 

 

TRACKLIST:

1.Catacomb

2.Divine Sacrifice

3.Unlight

4.Night of Silence

5.Destroyer

6.Soul Eye

7.In Total Solitude (Satanic Poem)

 

LINE-UP

Grav -Drums & Lyrics

Ant-Vocals

Snake-Guitars & Bass

 

 

Ed

90/100