Solitamente a stoner associo realtà quali Kyuss, Queens of the Stone Age, Spiritual Beggars o realtà a me vicine come i Betrayers. I nostri amici Rudhen in questo “Imago Octopus” sembrano fare propria la lezione dei grandi del genere, iniettando nel loro prodotto un mood più “marcio” che dà un’occhiata al rock psichedelico degli anni ’70.

Non essendo un grande ascoltatore del genere spero di darvi un parere il più possibile oggettivo sul prodotto in questione, che ritengo senza ombra di dubbio davvero valido.

I suoni caldi e sporchi della produzione, sebbene siano volutamente LO-fi, sono ordinati e avvolgenti. Adoro particolarmente le chitarre, cremose e incazzate al modo giusto. Il cantato sembra, a mio avviso, una mescolanza tra Scott Weiland e Zack De La Rocha: violento e allucinato in giusta misura. I complimenti infine vanno alla sezione ritmica, che riesce a portare i brani con il giusto groove.

Il songwriting della band è ispirato e mai banale. C’è spazio per tecnica, emozione, potenza, viaggi mentali senza confini. Si toccano tanti generi: c’è spazio per influenze grunge, inflessioni metal e episodi atmosferici, rendendo l’ascolto valido, sempre posto sull’attenti. 

 

Se “Sorrow of your life” è un palinsesto del genere, perfettamente strutturata come open, la vera sorpresa si ha con “Rust”. Il refrain vi assicuro che è una bomba. Sembra di sentire una versione schizoide dei Soundgarden!

Con “Flying into the mirror” i nostri giocano con gli effetti, maltrattando il basso con un fuzz marcissimo. Qui le sonorità si fanno più moderne, nel contesto di un brano catchy che potrebbe prestarsi perfettamente per una colonna sonora di videogames.

“Lost” ha tinte punk rock, è divertente, senza tanti fronzoli. Un brano perfetto per party adolescenziali alternativi alla fine dell’anno scolastico. L’ideale, insomma, per saltellare un po’!

“Arabian Drag” è un esperimento che si tinge, appunto, di Arabia. Percussioni a fiumi, una chitarra che sembra trasportata dal Ghibli e una voce che sembra aver appena raggiunto un’oasi dopo chilometri di marcia nel caldo del deserto: questa la ricetta della chiusura di questo disco, un brano eccezionale, che mi ha fatto andare letteralmente fuori di testa e mi ricorda addirittura un vecchio progetto che avevo parecchi anni fa.

I Rudhen hanno vinto a mani basse con questo disco. Sono riusciti a convincere un tradizionalista come il sottoscritto e lo hanno fatto saltare dalla sedia, rischiando di distruggere la camera da letto. Bravi davvero!

 

 

Edoardo Napoli

85/100