L’intento primordiale era quello di assemblare una band rocciosa chiamata Assedio, che continuasse un percorso di hard rock incentivato, ad inizio anni novanta, da compagini come Purple Angels e Elektradrive, ma il cantante che scelsero in via definitiva fu Federico Albano, già noto in campo metal con Dragons & Emblema. Così il chitarrista Francesco Benevento, che si era formato in ambienti rock e aveva fondato la band, si adeguò volentieri a un heavy power d’impatto e al cantato in inglese. Ma la volontà di venirsi incontro c’era e la band era di grande impatto emotivo fin dalle prime esibizioni. Dopo aver vinto il Piemont Rock Festival, due infortuni a due componenti  nel 2007 ne bloccarono l’attività. Nel gennaio 2008 Il ritorno, appoggiato dai fan con ardore, ha spinto Benevento a rendersi più che mai utile alla scena piemontese collaborando con band come Tearsfall e Savage Souls. Le sue conoscenze nei palchi metal si sono moltiplicate e il cruccio che era stato caratterizzante gli Assedio, ossia la ricerca di un batterista all’altezza, si è risolto egregiamente con l’ingresso in squadra di Alessio Pedinovi, prodigio ai piatti fin dall’infanzia. La divisione corazzata era ora quella dei Sail Away, fondati nel 2013 e forti fin da subito delle prestazioni al basso di Luca Guglielminotti, molto allenato non ai Purple Angels bensì ai Deep Purple, e anche dell’esecutore di tape e missaggi Stefano Fasolo. L’uscita di Fasolo nel 2015 non ha fatto demordere i ragazzi che il 15 aprile 2016 hanno pubblicato l’autoprodotto “Welcome Aboard”. La title track è già una missione nella New Wave of British heavy metal, portatrice com’è di un heavy madido di aggressività selvaggia nella batteria e saturo di elettricità nelle corde. L’incisività di Federico è quella dei grandi cantanti heavy di inizio ottanta, anche se il sound degli altri componenti è molto lastricato di hard rock. Ci sembra di ritornare ai vecchi costumi anche nelle parole, con la sineddoche “vestito di cuoio e pistola” e col riferimento a un cervello metallico che sta andando in default. “Another Sunday” esplode come una corsa di bighe, stimolando come un’ossessione senza tempo la belligeranza dello spettatore. Il ritmo percuote più power che heavy, con un Pedinovi molto insistente nella sua caparbietà e linee melodiche guerresche, tutte caratteristiche dello stile dei teutonici Rage. L’assolo successivo restituisce i giusti galloni alla melodia, con un modo di incedere simile agli Skid Row. Nel testo la prospettiva è quella di un individuo che osserva se stesso come derelitto di un tempo sconosciuto, che può essere un atleta menomato al lato della strada, un re senza trono erede del suo desiderio infranto. Ora l’individuo ricerca qualcosa di non limpido e l’autore usa una metonimia per descrivere gli urli dei demoni interiori. “Artificial Impostor” addolcisce un po’ il groove in favore di una miscela anni novanta che segue i calchi sulla mulattiera dei King’s X, con lo spirito crossover e cassa e rullante nell’intelaiatura del riff, non manca un assolo ritmico ripartito in due blocchi, tutto come Doug Pinnick avrebbe voluto in una prosecutrice di We were Born to Be Loved. Al minuto però  la melodia si fa sinfonica con una scelta in studio. I toni altisonanti delle parole raccontano di un milionario in armi che solcando le nubi vigila sulla città inconsapevole. Si nota che i testi sono ricercati ed evocativi ed aiutano l’ascoltatore a percepire delle sensazioni più profonde. “Petals of Blood” si espone come un pezzo quasi thrash, se non fosse per la resa melodica sul finale del riff, ammorbidito da un intermezzo di genuino hardcore a cui segue un assolo multiforme. Nel cantato privilegia inizialmente i toni bassi, ma poi si riscontra un risvolto quasi glam metal nel senso che il ritornello, soprattutto in questo caso, prende le caratteristiche di un inno grazie all’impostazione corale. Lo scenario nel testo prende forme apocalittiche, si intima di dimenticare fratelli e amici perché sono parte del crimine infernale. Il pezzo “Sweet Dried Rose” procede con un’eccellente unione tra il motivo heavy e il cantato post punk: Albano si reinventa con un timbro più caldo, ma sempre col fervore di chi vuole che i fan siano persuasi a cantare anche loro, mentre il basso è vincolato alla chitarra come un cacciatorpediniere. Con “Engraved in the Stone” Francesco e Luca riescono a formulare un riff espressivo e sinergico, ma velato di un’oscurità marcatamente heavy. In questo brano risiede il valore dei Sail Away, che è proprio quello di trasferire la potenza dei palchi anni ottanta in uno stile più arieggiato da turbine moderne, di compiere quel salto nel groove che andava fatto a fine anni novanta, caricando dei motivi abbastanza punk dell’ardore strumentale NWOBHM, un salto solo in parte compiuto da gruppi heavy power. La voce di Federico, nei momenti più alti, è simile a quella di Jon Deverill dei famigerati Tygers of Pan Tang e pure la sezione ritmica ricorda quella di Hellbound, un po’ meno imbronciata rispetto ai Tygers. Con “Giant of the Dawn” arriviamo un giro di basso esorbitante, ma anche a un power glassato da una batteria old style, e a un ritmo sincopato di un Pedinovi sempre più in pace con le eredità di gruppi come i Riot. Si narra di giganti nel sottosuolo che affiorano nella città ormai deserta e attanagliata dagli echi della battaglia. “Wine in my Glass” ci delizia con un cantato fieramente blues e certi accorgimenti sleaze, genere che fin qui si era sentito poco. La galoppata selvaggia finale “Immortal Hymn shine on” è un tributo a Mark Reale, chitarrista dei Riot, al minuto 2.30 la chitarra si circonda di un’aura epica resa con un overdrive abbastanza trattenuto. L’epilogo trionfale si ha con un chorus dalla melodia ordita splendidamente. L’artwork è incentrata su una nave da guerra dotata di un imponente torretta che si incaglia nei resti di palazzi ai piedi della Mole Antonelliana, ma che ricordando nella forma lo Zeppelin dei Led evoca vecchie passioni da rocker. Pur essendo un album di debutto, Welcome Aboard è il prodotto di musicisti navigati e lanciati nel panorama piemontese come una palla di cannone, l’intrigo basso-chitarra è affascinante e i pezzi godono di una forza nuova che non disdegna la tradizione.  

 

 

Polverone Liz

81/100