Ciao a tutti. In questa occasione torno a cimentarmi con un disco dell’orbita power metal. Nati ad Alessandria nel 1997, i Secret Sphere sono diventati una realtà consolidata del panorama prog power italiano e non solo. Dopo 15 anni con Roberto “Ramon” Messina alla voce, nel 2012 il microfono passa a Michele Luppi  e, nel novembre dello stesso anno, esce il loro settimo album in studio PORTRAIT OF A DYING HEART: si tratta, nello specifico, di un concept album basato sul racconto “She Complies With The Night” di Costanza Colombo (storia presente all’interno del booklet del cd).

Il disco inizia con un brano strumentale, la title track: circa sei minuti di bravura che aiutano l’ascoltatore ad immergersi nell’atmosfera della release. Continui cambi di ritmo e riff tutt’altro che ripetitivi fanno in modo che non ci si annoi.

Col secondo brano, “X”, si inizia ad addentrarsi nel vivo del disco. L’intro musicale di circa un minuto lascia il posto alla voce dello “Stallone Italiano” dei Whitesnake, che inizialmente si presenta dolcemente, per poi iniziare a fare davvero sul serio. La canzone alterna momenti “da ballad” a vere e proprie cavalcate dove la batteria è trascinante. Il tutto è aiutato da un ritornello che rimane fisso in testa.

Un pianoforte vagamente inquietante ci introduce la nuova canzone, seguito da un crescendo di orchestra e coro. Ma questo minuto abbondante è solo uno specchietto per allodole: infatti dopo pochi secondi di attesa inizia la prima cavalcata power della release: “Wish & Steadiness”. Questa canzone è potente in ogni momento, grazie anche ad un cantato più “aggressivo” di Luppi e a cori piazzati nei punti cruciali. La canzone finisce in calando, quasi dolcemente. Questo per introdurre il brano successivo, “Union”: la canzone parte quasi in sordina con la strofa scatenandosi nel ritornello, dove colpisce favorevolmente il gioco tra prima e seconda voce.

Traccia numero 5: “The Fall”. Che dire… Inizio quasi thrash, momenti d’orchestra, e voce che dopo un minuto entra prepotentemente in scena. Canzone potente, nella quale la chitarra solista si appropria quasi del ruolo da protagonista, anche se è ben supportata dalla voce più graffiata di Michele Luppi. 

“Healing”, brano in cui è più distinguibile la presenza di un po’ di elettronica grazie alle tastiere di Gabriele Ciaccia. Siamo all’ascolto di quella che forse è la canzone meno d’impatto del disco, quasi un “attimo di respiro” (se così vogliamo chiamarlo) prima della traccia numero 7, canzone lanciata come singolo con tanto di videoclip. “Lie to me” parte con pianoforte e voce per poi diventare una ballad potente e tutt’altro che scontata. Il cantato è pieno di pathos e colpisce dritto allo stomaco, la melodia resta facilmente in testa ed è facile ritrovarsi a canticchiarla giorni dopo averla ascoltata.

L’ottava canzone ci regala un gioco di parole col nome della band: “Secrets fear” inizia con un mini assolo di batteria e si scatena durante la strofa. Bello il contrasto tra il ritmo incalzante della batteria e il cantato meno potente e più melodico nel ritornello. Davvero d’impatto la seconda metà della canzone, dove puntano il coro e la chitarra solista.

“The rising of love” si presenta come un’altra ballad potente. Canto aggressivo e graffiato in diversi punti, melodia semplice: nel complesso nulla di particolare, ma nel complesso un bel brano.

PORTRAIT OF A DYING HEART si chiude con una ballad vera e propria, una canzone che raggiunge dritta l’anima e non neesce più: “Eternity”. Provate a cantarla e ditemi se ho ragione o no. Michele Luppi in questa canzone mette tutta l’emozione di cui è capace. Bellissimo anche quando è la parte strumentale a diventare la protagonista del brano. Il cambio di tonalità verso  la fine del brano è da pelle d’oca, esattamente come la frase con cui si chiude il disco (“We are not alone”).

Davvero un ottimo lavoro, non c’è che dire: un album prog power di pregevole fattura che ha aiutato la band ad esibirsi addirittura al Wacken 2013. Una vera consacrazione per la band alessandrina capitanata da Aldo Lonobile. Obbligatorio ascoltarlo, è anche un album da avere nella propria collezione.

 

 

Robin Bagnolati

90/100