Il gruppo affonda le proprie radici nel – non troppo lontano – 1995, da un’idea di Black e Mauro, i quali riuscirono comunque a reclutare un batterista (Filippo) ed un tastierista (Franz) nell’immediato grazie alla precedente loro conoscenza tramite l’analoga partecipazione al progetto thrash metal DARKSPIRITS. Gli anni a seguire decisero, per avere maggior successo e garantirsi quindi numerosi live con un suono più selvaggio e più ragguardevole, di scegliere una figura che facesse da chitarra ritmica o seconda chitarra; questi fu Davy il quale militava già in passato con i due co-fondatori della band nel progetto chiamato REDIVIVIS. Effettivamente, sono passati ben 20 anni da quando l’intero gruppo iniziò a provare per la prima volta e di acqua sotto i ponti – o meglio dire full-lenght – ne è passata altrettanta; in effettivo gli “And Harmony Dies” contano di ben 4 LP prima della pubblicazione nella primavera del 2016 dell’album di cui andrò a parlarvi.

“Totenamt” è il nuovo LP dei trevigiani che, come già anticipato, videro talmente tanti cambiamenti da ritrovarsi, in questo album, in solo due componenti; Black che prende le parti di tastiera, basso, canto e testi e Rob che lo aiuta con le parti della chitarra (sebbene nel febbraio 2016 lascerà anch’esso il gruppo). Pubblicato e distribuito tramite le label Pyramid Inc. e Sliptrick Records, il full-lenght consta di ben 10 tracce.

La prima, quella d’incipit, è “The day of the spring breeze” (trad. Il giorno della brezza primaverile). Si apre quindi con rintocchi di campana ed una voce di sottofondo molto bassa che ci accompagna fino alla parte in cui un flauto inizia a suonare. Subito si viene colpiti dal doppio pedale in background che incornicia la scena e lo scream avvolgente di Black. Una serie di cambi di ritmo e di tempo vengono susseguirsi nell’arco dei 5:27. Davvero un brano particolare. Continuiamo con la seconda track: “Sometimes” (trad. Qualche volta) che si apre con qualche suono di sintetizzatore distorto ed un blast beat con leggero scream dirompente ed imperante. Un riff di chitarra si staglia leggermente sul resto ed un cambio repentino di canto e ritmo irrompe sulla scena rendendola sintomatica di un eclettismo dei membri. Si alternano per il resto del brano parti simil elettroniche a parti più heavy metal, proprio nel loro stile insomma. Con il brano successivo si raggiunge l’acme, a mio avviso, del loro connubio tra doom ed elettronica ambientale; stiamo parlando di “The fragility of a moment” (trad. La fragilità di un momento) in cui vengono ad accavallarsi una voce profonda che recita il testo in maniera del tutto trascinante con un sottofondo dato dal sintetizzatore di un catchy atipico. Semplici note reiterate ma catturanti. Si continua quindi con la quarta track: “Birthday” (trad. Compleanno). Questa track venne utilizzata anche come brano promo dell’intero album, su youtube effettivamente possiamo trovare solo questa. Sicuramente questa scelta di marketing risiede nella sua capacità meditativa e profonda, un brano che i fautori dello stesso l’hanno sentito fino al cuore. Sempre con coerenza vediamo la presenza di sonorità a tratti doom e a tratti con quei synth utili ad incorniciare l’atmosfera. La voce che si staglia sul resto varia tra un recitato ed uno scream, passando per un growl inspirato. Siamo giunti quindi alla track di mezzo: “Tears like promises” (trad. Lacrime come promesse) in cui l’ouverture è sancita da un blast beat violento ed un riff accattivante con qualche linea di basso. Subito cambia il ritmo diventando più lento che ci prepara alla violenza inaudita scaturita dal growl e dal canto straziato di Black con le sonorità black metal alternate ad altre decisamente più con nuances doom. Insomma la prima parte della track prende questo ritmo per poi lanciarsi in una sorta di jazz totalmente fuori dagli schemi nella seconda parte terminando con le sonorità con cui  avevamo iniziato. Passiamo alla sesta track: “Alone” (trad. Solo).  Se prima ci avevano lasciato con una violenza tipica del metallo nero, ora il suono rispecchia di più il titolo dell’estratto; un piano decadente, triste e malinconico accompagnato da una voce che recita il testo con una tristezza velata senza precedenti fino ad ora nel platter. Un brano davvero affascinante. Ci troviamo dunque alla settima track: “Ultimate letter” (trad. Ultima lettera) che, molto prevedibilmente, inizia con il suono di una macchina da scrivere accompagnata immediatamente dalla tastiera, da un riff pesante, un doppio pedale ed un growl alla Johan Hegg in un ensemble che si ripeterà per i 5:28 se non per una piccola parte in cui ritroviamo quel canto in pulito. Ci avviciniamo verso la fine con il terzultimo brano: “Another ending fairytail” (trad. Un’altra favola in conclusione) che si presenta come un canto d’addio, con un coro formato da due voci, quasi in stile religioso. Quest’ultimo viene accompagnato per il primo minuto da battiti di rullante e qualche suono ambientale per poi partire in un suono più veloce e con sfumature orientaleggianti. La voce cambia, uno scream straziato si presta a decantare le parole del testo e come abbiamo già visto l’intero brano viene alternato a momento calmi e momenti più veloci fino ad arrivare alla fine che ci introduce, con quel suono orientale, al penultimo brano: “Memories of velvet snow” (trad. Ricordi di una neve di velluto). Una track di un leggero disarmante, sembra quasi avessimo cambiato totalmente gruppo ed album. Sembra qualcosa partorito da Franco Battiato. Un brano calmo e sofferto che termina con delle distorsioni di sintetizzatore. Giungiamo al termine del full-lenght con “The cut” (trad. Il taglio). Un vero e proprio taglio che sancisce la fine dell’album in una coerenza tale da far percepire questo pezzo come il continuo dell’ultimo. Un brano strumentale senza troppe pretese che si conclude con qualche ansimo da parte di un uomo in un’ambiente quale una foresta, si suppone.

In definitiva la musica composta dai nostrani è definita dagli stessi “agony metal” proprio perché’, nel suo avant-garde abbraccia un po’ numerosi e vari campi, mixandoli talvolta in maniera esaustiva e talvolta in maniera esasperata. Possiamo trovare heavy metal, thrash, death e doom, tracce di black e qualcosa di più rock in un ensemble non troppo scarseggiante e con temi angosciosi (come si può notare già dalla cover art e dal titolo dell’album che, in tedesco, significa “Ufficio funerario”). Un buon album, ripeto, senza troppe pretese che va ascoltato fino in fondo e che riesce a toccare tutti grazie al suono in HD ed ai testi in inglese.

 

 

Belgrator

75/100