Intervista a Il Segno del Comando. Risponde Diego Banchero. 

 

 

Fabio Sansalone:

Come e quando avete scoperto di amare la musica metal?

 

 

Diego Banchero: Ho scoperto di amare la musica metal nella seconda metà degli anni '80. Grazie all'ascolto di band come Judas Priest, Iron Maiden e Black Sabbath posso dire di aver sentito il primo impulso a suonare uno strumento. Con il tempo, ho poi spinto il mio interesse anche verso altri generi musicali e sono via via stato portato a migliorare le mie conoscenze apprendendo altri linguaggi, ma il metal ha sempre avuto un'importanza particolare nel mio sound ed ha anche sempre influenzato il mio approccio compositivo.

 

 

Igor:

L'artwork di un album è molto importante, forse il primo approccio per un futuro nuovo fan. Voi con il vostro cosa volete trasmettere? 

 

 

Diego Banchero: Gli album de Il Segno del Comando sono sempre stati caratterizzati da una grande attenzione alla realizzazione degli artwork. In sostanza si è sempre cercato di raccontare una storia che non poteva (o non voleva) esaurirsi con la sola musica, ma che sentiva la necessità di essere correlata da immagini, visioni e simbologie che facessero da contraltare alle composizioni. A tal proposito ci siamo sempre serviti della preziosa collaborazione di artisti incaricati di seguire ogni lavoro fin dalle fasi iniziali del suo concepimento e svilupparne ogni dettaglio grafico. Tra questi è importante per me ricordare il pittore genovese Danilo Capua che si occupa dei nostri artwork dal lontano 1998 ed è da considerarsi un membro del gruppo a tutti gli effetti.

 

 

Osten:

Da quale strumento nasce la realizzazione dei brani? Quale componente si occupa del songwriting?

 

 

Diego Banchero: Il songwriting è, in questo momento, interamente nelle mani del sottoscritto. Ad essere onesti, ormai da molti anni, la musica nasce per lo più dalla mia testa. Pur essendo bassista non utilizzo quasi mai uno strumento preferenziale per aiutarmi nella composizione, ma tendo a pensare determinate linee melodiche, armoniche o ritmiche e registrarle direttamente sui supporti che ho a disposizione (come ad esempio il registratore audio del telefono cellulare) oppure a scriverle su carta o su un PC. Successivamente sviluppo dei provini, con l’aiuto del midi, facendo un arrangiamento iniziale che poi viene arricchito dagli altri componenti della band. Procedo ovviamente anche con la scrittura dei testi che registro sui provini stessi per dare ai musicisti un'idea abbastanza completa dell'intenzione del brano.

 

 

Edoardo Napoli:

Cosa dovrebbe convincere il pubblico ad ascoltare proprio il vostro materiale in mezzo ad una concorrenza così vasta?

 

 

Diego Banchero: Non sono bravo ad autoincensarmi e quindi, nel rispondere, posso cercare di fare un'analisi di quanto abbia funzionato finora in tal senso. Circa vent'anni fa Il Segno del Comando è partito con una scelta artistica completamente controcorrente con quanto stava avvenendo in quel periodo storico. Malgrado tutto ciò, pian piano, un ristretto numero di persone sparse in tutto il mondo ha compreso l'onestà intellettuale che era alla base del progetto ed ha manifestato il suo apprezzamento ed il suo affetto per una forma artistica in cui non ci si pongono problemi o limiti di tempo, ma si punta al target qualitativo desiderato da noi che ne siamo coinvolti (che non coincide necessariamente con quanto dettato dalle regole di un mercato discografico maistream). Spontaneità ed urgenza espressiva sono a loro volta ben accette durante il lavoro. Se servono anni di studi per centrare un concept, non si cercano scorciatoie. Presumo che le scelte che abbiano contribuito a non farci sparire tra una miriade di altre proposte, in assenza di una vera e propria strategia commerciale, siano principalmente queste.

 

 

Matt Innerfrost:

Cosa pensate della scena musicale attuale italiana?

 

 

Diego Banchero: Siamo concordi nel credere che la scena musicale italiana sia molto ricca e che esistano molte band bravissime. A mancare, casomai, sono gli sbocchi necessari a valorizzarne il lavoro. Non manca la preparazione come non manca la qualità. Tuttavia ognuno cerca di stare a galla grazie alle risorse minime a disposizione che non permettono quasi mai una vera e propria realizzazione a chi la meriterebbe.

 

 

Sandro Accardi:

Vivete grazie alla vostra musica? Se non è così, che mestiere fate?

 

 

Diego Banchero: Parecchio tempo fa ho compreso di non voler vivere grazie alla mia musica e ho scelto di occuparmi di altro per poter provvedere al sostentamento familiare. Ad anni di distanza posso dire che, analizzando la mia realtà personale, la scelta sia stata azzeccata. Sia perché ho optato per un lavoro che amo (ho un diploma universitario di Educatore Professionale e mi occupo di riabilitazione in ambito psichiatrico), sia perché, a differenza di tanti miei colleghi che hanno tenuto duro e che oggi vivono grazie alla musica (e per questo hanno la mia piena ammirazione), posso permettermi di fare esclusivamente ciò che mi interessa senza dover scendere a troppi compromessi. Negli anni ho quindi potuto permettermi di abbandonare l'insegnamento, le trascrizioni e le performance come bassista in situazioni che non erano per me troppo soddisfacenti, per dare il massimo spazio ai miei progetti o a quelle collaborazioni che sento essere pienamente arricchenti.

 

 

Mystisk Død:

Qual è la storia dietro il vostro nome e, se lo avete, dietro al vostro logo?

 

 

Diego Banchero: Il nostro nome si ispira all'ormai noto sceneggiato RAI del 1971 Il Segno del Comando che è tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe D'agata (il quale fu anche lo sceneggiatore della versione televisiva). La pagina dei serial in bianco e nero degli anni ‘70, oltre ad avere di fatto accompagnato parte della nostra infanzia condizionandola profondamente, ha rappresentato uno degli ultimi momenti di vera qualità della nostra cultura televisiva. Se si confrontano quelle produzioni con le proposte che oggi caratterizzano i palinsesti di prima serata, si può capire facilmente cosa intenda dire. Il nostro logo ritrae la civetta, già raffigurata nel medaglione che era al centro delle vicende dello sceneggiato, ma che ha comunque un significato esoterico completamente autonomo che si perde nella notte dei tempi e che ha riferimenti in culture diverse.

 

 

Silvia Agnoloni:

In che modo vi aspettate di trovare supporto proponendovi in Italia?

 

 

Diego Banchero: Noi abbiamo grande fiducia nella nostra label (la Black Widow Records di Genova) che ci segue fin dall'esordio discografico del 1995. Malgrado nel frattempo la scena rock nazionale (e non solo) abbia attraversato un grosso periodo di crisi, questa casa discografica è passata, dai 5 gruppi in scuderia degli inizi, ad averne circa 80. Questo è infatti il numero dei progetti che ruotano oggi nei suoi canali di produzione, distribuzione e promozione. Sono sparite realtà molto più grandi, ma la BWR si è a poco a poco affermata come etichetta di importanza internazionale. La strategia è sempre la stessa da allora. Tenere duro e restare fedeli ad un discorso artistico ben preciso, al di là delle aspettative, tendenze e mode che il mondo insegue via via. Noi abbiamo scelto di cantare le nostre canzoni in italiano e quindi il nostro lavoro è meno fruibile all'estero rispetto a quanto non lo sia nel nostro paese, ma teniamo duro e andiamo avanti. La paura di combattere non ci manca e non abbiamo mai creduto nelle scorciatoie.

 

 

Polverone Liz:

Siete credenti, approvate il messaggio cristiano o cercate di distanziarvi facendo anche testi satanisti nel senso anti-cristiano?

 

 

Diego Banchero: Siamo appassionati di teologia ed esoterismo e ricercatori delle tradizioni primordiali che hanno ispirato tutte le religioni principali, prima che una serie di derive causassero conseguenze disastrose per l'Umanità. Questo orientamento di base influisce sui nostri contenuti lirici. Siamo lontani dalla cosiddetta "Via della mano Sinistra", che ispira molte correnti sataniste anticristiane, così come lo siamo dalle visioni dei culti monoteistici principali. Questa scelta è comunque accompagnata da una grande serenità e da un profondo rispetto per le altrui fedi.

 

 

Curse Vag:

Se doveste associare uno stato d'animo al vostro lavoro per poterlo descrivere, quale sarebbe e perche'?

 

 

Diego Banchero: Lo stato d'animo sarebbe l'angoscia. L'angoscia che si sperimenta nel “deserto spirituale” nel quale è fondamentale per l'Uomo perdersi per poi potersi ritrovare e scoprire la propria essenza superiore e riunirla al proprio “Automa”. L'angoscia è generata dalla conflittualità che è il punto di partenza che, se ascoltato, motiva ognuno a migliorarsi. Ovviamente siamo persone capaci di godere del riso e di momenti di allegria e spensieratezza, ma nessuno di noi sottovaluta o nega la guerra interiore che accompagna ogni individuo. La vita è caratterizzata da numerosi “inverni” che tornano a ricordare all'Uomo che deve affrontare i propri limiti e farsi carico delle proprie responsabilità.

 

 

Alex Kain:

Qual è lo spirito che motiva la vostra musica? Partite dalla composizione dei pezzi o e' un idea, un pensiero, un emozione a motivare la creazione di nuove canzoni?

 

 

Diego Banchero: In linea di massima, salvo casi particolari, si parte sempre da un argomento che è frutto o punto di arrivo di studi da noi compiuti. Quindi la motivazione è legata al fatto di poter creare una sorta di rielaborazione di certi contenuti in modo da riproporli, sotto forma di musica, alle persone che ci seguono. Se, ad esempio, riteniamo che un certo scritto sia di importanza sociale per il tipo di messaggio che veicola, strutturiamo tutto il lavoro compositivo in modo da poterlo rivisitare e contribuire a salvarlo dai fanghi dell'amnesia. Sulla base di ciò si scrivono musiche ispirate ai contenuti e testi che ne permettano di far risaltare i concetti più importanti eseguendo, talvolta, comparazioni con altre fonti di conoscenza.

 

 

Michele Puma:

Cosa ne pensate delle band che inseriscono pensieri politici nei loro testi? Pensate che l'idea politica ma anche religiosa possa influenzare la naturale evoluzione di una band che si affaccia nel mondo underground e successivamente nel mainstream?

 

 

Diego Banchero: Penso che il trattare questioni legate alla politica sia di per sé fortemente caratterizzante per una band e che ne influenzi certamente il percorso. Lo stesso vale per le tematiche religiose, soprattutto se affrontate in maniera integralistica. Per quanto mi riguarda, comunque, non soffro di pregiudizi per chi porta avanti le sue idee politiche e religiose. Forse, grazie alla natura consolidata delle mie convinzioni, sono per il massimo rispetto di quelle altrui. In momenti travagliati come quelli attuali è abbastanza comprensibile che ci siano disaccordi profondi e che la fragilità di culti ed ideologie generi una risposta di accanimento su certe posizioni. Posizioni ormai sempre più sfumate, ma che per gli uomini sono pur sempre meglio di un vuoto che (per quanto forse più fertile) spaventa enormemente. Ognuno dei componenti de Il Segno del Comando ha idee, storia, background e sensibilità diverse dagli altri, ma questo non ci ha mai impedito di dare il massimo per un obiettivo comune che trascende l’individualità del singolo.