“Takk og farvel; tida er blitt ei annen” – “Grazie e addio; i tempi sono cambiati” suona amaro, in quanto incipit di un testamento, in questo caso artistico, per la one-man band Myrkgrav. Dietro a questo nome si nasconde Lars Jensen, classe 1986, polistrumentista norvegese che con passione porta avanti questo progetto ormai da più di 13 anni. La lunga bio del “gruppo” ne ripercorre tutta la storia dagli esordi ad oggi, e si percepisce quanta passione e quanta dedizione ci sia stata, negli anni, da parte di questo musicista, ma al contempo la consapevolezza che questo percorso sia giunto al termine. Purtroppo non sapremo mai i motivi ufficiali di questa decisione, sta di fatto che dalle parole dello stesso Jensen si intuisce che i Mirkgrav siano arrivati a maturazione e che sia per lui arrivato il momento di dire stop. Sta di fatto che questo album, distribuito esclusivamente in streaming, è un tributo a sé stessi e al proprio seguito di fan, e affianca agli inediti alcuni pezzi datati e ri-arrangiati per l’occasione.

Il genere di riferimento è il folk metal nordico influenzato dal black e dal viking. La proposta incorpora elementi folkloristici tradizionali norvegesi, mirati a ricreare opportune atmosfere tramite la ricerca di particolari sonorità e melodie. Anche gli argomenti trattati nelle liriche sono a loro volta ispirati da leggende e mitologie norvegesi. Il cantato è in lingua madre, e, nell’insieme, la proposta musicale è assimilabile a band quali Borknagar ed Enslaved, anche se rispetto a questi l’anima metal è meno marcata, in favore di una maggiore propensione all’inserimento di numerose contaminazioni. I pezzi sono abbastanza vari, il cantato è costituito da intrecci di pulito, sporco e cori ariosi. Jensen se la cava egregiamente in tutti i ruoli, padroneggiando in maniera professionale tutti gli strumenti. Anche gli ospiti trovano il loro spazio, in particolare è da segnalare la prova di Olav Luksengård Mjelva al violino, la cui prestazione arricchisce non di poco i pezzi in cui è presente.

Apre le danze “Skjøn Jomfru”, mid-tempo accompagnato da melodie che non avrebbero sfigurato in qualche scena di un film epico ambientato in terra norvegese, con violini tradizionali a fungere da divertente intermezzo. Con “Vonde auer” ci si sposta verso lidi più metallici, dove le chitarre iniziano ad intrecciarsi e anche le ritmiche si fanno più sostenute. Ma è ancora il folk a farla da padrone, in quanto il pezzo si evolve presto in qualcosa di inedito, ovvero un intreccio di violini e chitarre davvero originale. La strumentale “Bakom Gyrihaugen” è un intermezzo un po’ barocco che funge da vero e proprio divertissement in vista della successiva “Soterudsvarten”, dove finalmente arriva il growl che si alterna in maniera efficace col pulito, il tutto accompagnato da melodie ispirate. Si prosegue con “Om å Danse Bekhette”, dove il binomio voce pulita e sporca risulta ancora più convincente. La tracklist prosegue più o meno con lo stesso schema: alle canzoni cantate si alternano numerose tracce strumentali, dove a farla da padrone è l’anima folk dei nostri. Tra i pezzi successivi si distinguono le convincenti “Tørrhard” e “Finnkjerringa”, dove è più evidente la componente metal. La seguente “Sjuguttmyra” è probabilmente tra le migliori tracce dell’album, e sicuramente la più equilibrata. Le tracce successive temono un po’ il confronto con quest’ultima e, pur non presentando cali qualitativi importanti, pagano lo scotto della propria posizione in scaletta. Da segnalare una versione alternativa in inglese di “Skjøn Jomfru”, che però non aggiunge molto alla versione originale. Chiusura affidata ad una rilassata “Takk og farvel” che ammorbidisce il tutto e funge da adeguato epilogo.

La tracklist è sicuramente variegata, ma la presenza di numerose tracce strumentali alla lunga risulta impegnativa per l’ascoltatore, tant'è che si avverte la mancanza della voce e spesso anche il desiderio di passare alla traccia successiva. La prima parte della tracklist è quella più legata alla tradizione norvegese, e di metal si avvertono solo le chitarre distorte, che però fungono più da accompagnamento che altro; con l’arrivo del growl il sound si inspessisce, e ci si avvicina di più a partiture con cui un ascoltatore medio ha più confidenza. Che questo sia un bene od un male è proprio questione di gusti personali. Chi ama ricercare le contaminazioni a tutti i costi sicuramente si innamorerà di questo album, ma sicuramente “Takk og farvel; tida er blitt ei annen” non è per tutti.

Per quanto riguarda la tecnica, siamo su livelli alti, non ci sono sbavature e tutti gli strumenti si amalgamano alla perfezione, complice una produzione adeguata ed un mix perfetto. Gli arrangiamenti sono molto curati, le partiture ben studiate e tutto è dove dovrebbe essere. Personalmente non ho molto amato la timbrica della voce pulita, e ho trovato molto più convincenti i passaggi in growl, ma in questo caso si tratta proprio di gusti personali. L’alternanza tra cantato sporco e pulito giova alle dinamiche dei pezzi, caratteristica può venir meno nei pezzi strumentali. In certi momenti il coinvolgimento è totale e si toccano picchi emozionali degni dei più ispirati Borknagar (“Om å Danse Bekhette “ e “Sjuguttmyra” ne sono un chiaro esempio), ma in altri momenti si riscontrano passaggi meno coinvolgenti e difficili da digerire per chi non è avvezzo a queste sonorità. Sulla webzine “folk-voices-labyrinth” il voto è 99/100, in questa sede è quello che vedete in calce.

 

Sorma

70/100