Ed eccomi qua a scrivere la mia prima recensione per questo fantastico sito, come non cominciare partendo proprio da una grande band? Quindi per l'occasione ho scelto gli Iron Maiden  che hanno scritto la storia dell'heavy metal dal lontano 1975. Cominciamo da uno degli album più controversi se non  uno dei più sottovalutati dai fan e critica, ovvero il quattordicesimo  lavoro in studio “A Matter Of Life And Death” uscito il  28 Agosto del 2006, partiamo con ordine.

Verso la fine del 2005,  dopo tante apparizioni in giro per il mondo la band  comincia a stendere le prime liriche dei brani giusto in tempo per le festività  natalizie,  questi sono stati completati e successivamente la band  si chiude negli studi della Sarm West Studios di Londra ed hanno cominciato a registrare.

Il titolo dell'album è ispirato al film “scala al paradiso”  del 1947  di Michael Powell e Emeric Pressburger.

Tecnicamente l'album, a differenza dei soliti canoni, si presenta con un minutaggio molto più lungo e con melodie  più oscure e profonde, addirittura facendo l'occhiolino in maniera sapiente ad un genere non semplice come il progressive.

 

Si parte con il tipico brano d'apertura, nonché il secondo singolo dell'album, “different world” unico brano più corto e diretto di tutto il platter, composto  da un buon ritornello e con Bruce Dickinson che si fa subito notare,  come ormai ci hanno abituato si tratta della solita opener introduttiva, veloce ed orecchiabile.

Invece con "These colours don't run"  ti fa entrare direttamente nelle sonorità “tipo” di questo album, un pezzo meno arrembante rispetto ai canoni ma dotato di un ottimo riffing, il brano seguente "Brigther than a thousand suns"  narra della bomba nucleare (Little Boy  del progetto manhattan) esplosa in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale; brano molto intenso, pesante, la voce di Bruce è veramente efficace in questo contesto che parte inizialmente sussurrando fino ad esplodere in un epico ritornello per poi finire  come ha iniziato, ovvero sussurrando una frase abbastanza profonda e contestuale “holy father we have sinned. . . ", uno dei migliori  episodi sicuramente.

Si passa quindi a “The pilgrim”, un buon brano dotato di un ritornello non molto semplice da capire, buoni gli assoli ma nulla di trascendentale,  un brano che ben presto lascia il testimone ad una delle perle di questo album, ovvero a “The longest day”,  dove  il giro di basso  ci fa trasportare direttamente  sulle spiagge della Normandia  durante lo sbarco dei soldati alleati.

In questo brano si può sentire tutta la drammaticità ma anche l'epicità di questo scontro bellico, un crescere che poi porta ad un ritornello  ben riuscito e solenne, un Bruce Dickinson veramente in forma che non lascia scampo all'ascoltatore ed una linea di riffing fortemente aggressiva e intensa.

“Out of the shadow” invece è un brano più leggero rispetto al precedente, una semi ballad dove Bruce sembra trovarsi totalmente a suo agio, così tanto che pare di ascoltare una canzone da uno dei suoi album solistici,  buono e godibile dal leggero retrogusto blues e dal refrain che ricorda “Tears of the dragon”, molto profonda.

Invece “The reincarnation of benjamin breeg” primo singolo  promozionale, è un brano che parte lento con un intenso arpeggio e man mano che il tempo scorre si  trasforma in un mid tempo aggressivo e  dotato di un atmosfera notevolmente drammatica, infatti  il brano narra le vicende di un  ragazzo di cui non si sa abbastanza se non della sua lugubre storia;  infondo, sulla sua lapide ci sta scolpita una frase abbastanza iconica “Qui giace un uomo di cui non si sa abbastanza”. Molte leggende girano attorno a questo personaggio misterioso ed enigmatico.

Dal mistero passiamo  al miglior brano di questo quattordicesimo lavoro in studio, un brano lungo, dotato di vari riffing ben riusciti e variegati, ottime le parti introduttive e conclusive, melodie oscure ed epiche così  come il duetto  bridge-ritornello è veramente ben riuscito. A livello vocale il brano ti lascia quasi estasiato da quanto Bruce Dickinson sia al massimo della sua forma, passa da una voce dolce ed intensa ad una enfaticamente potente; brano maestoso.

“Lord Of Light” invece si mantiene sulle atmosfere e melodie dei due brani precedenti ma aumentandone la drammaticità così come l'intensità, Bruce Dickinson veramente sugli scudi per un brano mastodontico ma non cattura molto l'ascoltatore, come ci si potrebbe aspettare, un brano che perde nel ritornello che sa già di sentito e negli acuti Bruce sembra calare un po' di espressività, occasione persa?

L'ultimo brano di questo album veramente archetipo si conclude con un traccia non di facile assimilazione (che novità!), ““The Legacy” si presenta con tre minuti  di arpeggio di chitarra classica, atmosfera molto  oscura e sinistra che  poi cresce d'intensità man mano che i minuti passano , le chitarre classiche danno spazio a riff veramente solenni  facendo nascere un brano veramente  non facile ma dotato di un atmosfera drammatica  e sinistra, Bruce Dickinson dove inizialmente sembrava un abile cantastorie si trasforma nell'  “Air raid siren” che tutti conosciamo,  parti vocali molto alte nel ritornello e un Bruce che si liquida in una forma smagliante così come la band stessa che si conferma in una forma invidiabile. Il brano si conclude come è iniziato, con questo arpeggio di chitarra classica quasi dal sapore medievale; brano dal sapore sperimentale dove ritroveremo  alcuni spunti di questo pezzo  negli album successivi, specie in “The book of souls”.

 

Per concludere  il cerchio “ A matter of life and death” è un album veramente profondo e non di facile assimilazione, infatti da molti è considerato come uno dei peggiori lavori in studio della band  londinese dopo la reunion fatta nel 1999 durante l'Ed-hunter tour, questo studio album sembra voler riprendere il discorso sperimentale iniziato con “The x factor” (1995) ma accantonato per varie ragioni e ripreso 11 anni dopo con la band riunita ed il risultato è stato realmente soddisfacente sotto  tutti i punti di vista. Un album  profondo, serio e soprattutto maturo dove i  Maiden non sanno soltanto fare dei brani diretti, dotati di una metrica temporale non molto lunga e musicalmente di facile assimilazione,  questa volta hanno voluto farci vedere che  hanno saputo fare, allungando sapientemente la metrica  temporale dei brani  con minutaggi molto più lunghi e un livello compositivo proprio di riguardo. Una composizione tecnica veramente  mastodontica su tutti i fronti,   tutto questo grazie anche al supporto di un grande esperto come Kevin Shirley dietro al mixer che ha saputo  svolgere bene il proprio lavoro. Concludendo “A matter of life and death” è un lavoro veramente ben fatto, profondo seppur non eccelso dove l'ascoltatore, per vivere al meglio l'esperienza,  deve approfondire più volte l'ascolto dell'album per poterlo assaporare in tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Non per tutti.

 

 

Michele Puma

75/100