La Guerra Civile torna con The Last Full Measure, terzo capitolo della trilogia ispirata alle opere di Michael e Jeffrey Shaara. Infatti, come i primi due capitoli The Killing Angels e Gods and Generals, anche questo è ominimo di uno dei tre libri che compongono la saga sulla guerra civile americana scritta dai suddetti Shaara, per la precisione quello conclusivo. Ma procediamo con ordine.

Nell'aprile del 2012 un tornado interno agli svedesi Sabaton sconvolge la formazione: gran parte del gruppo, tra cui alcuni dei fondatori, lascia la band. I nomi sono Oskar Montelius e Rikard Sundèn, chitarristi, il batterista Daniel Mullback e il tastierista Daniel Myhr, che fondano, insieme con il cantante degli Astral Doors, Nils Patrik Johansson e il bassista Stefan “Pizza” Eriksson, i Civil War. La band rilascia pochi mesi dopo un omonimo EP, per lavorare subito dopo al primo album The Killing Angels (2013), con cui vinceranno il disco d'oro in Svezia solo due mesi dopo. Nel 2014 Petrus Granar si unisce alle fila dei Civil War come settimo membro fisso. Un contratto con la Napalm Records permette al gruppo di lavorare al secondo album, Gods and Generals (2015), però, poco prima del rilascio del primo singolo, Bay of Pigs, Oskar Montelius e Stefan Eriksson abbandonano la compagine svedese, che preferisce mantenere la formazione con cinque elementi. Nel novembre del 2016 esce, infine, The Last Full Measure, disco che andremo ad analizzare nell'immediato. 

Nel complesso, è un ottimo lavoro, ben progettato scritto, eseguito e prodotto. In ogni traccia si può percepire la necessità del gruppo di staccarsi definitivamente dalle origini, soprattutto dalla nomea di “figli dei Sabaton”, dimostrando di poter dare di più di quello che potrebbero dare come “tribute band” dei sopracitati. In effetti, riescono a stabilire un sound personale, soprattutto per quanto riguarda la voce: da una band che volesse imitare i Sabaton ci si aspetterebbe una voce profonda, pesante, invece Johansson, non solo è un cantante diametralmente opposto a Joakim Brodèn, ma fornisce una tale versatilità in composizione, che permette al disco di essere al contempo duro, come in Road to Victory, e divertente e piacevole per ogni orecchio, come, invece, in Tombstone. Ecco che i Civil War dimostrano capacità compositive non solo nel loro genere, il power metal, ma sono in grado di trarre ispirazione da ogni tipo di musica, potendo quindi inserire in un disco che ha come tema principale la guerra civile statunitense, un pezzo, come già detto, divertente come Tombstone, o un altro di chiara ispirazione “helloweeniana”, come America. 

Introdotta da un synth, Road to Victory, traccia di apertura, è forse il brano più anonimo dell'album: apparentemente non presenta una linea vocale ben definita (come invece fanno praticamente tutti gli altri brani). Forti ritornelli e soli velocissimi restituiscono invece una canzone nel complesso ben realizzata, ma che non grida al capolavoro, per chi amava il sound “catchy” dei padri dei Civil War. Con Deliverance si entra invece definitivamente nel disco: giri potenti, epici, un'alternanza tra un riff veloce ed un altro più lento danno dinamicità al brano, mentre una doppia cassa accuratamente “posizionata” nei riff della canzone e sfruttata con discrezione, e il breve solo di tastiera, permettono a Deliverance di essere un brano abbastanza diversificato in se stesso, che rende questo inizio di The Last Full Measure sicuramente orecchiabile e godibile, oltre che promettente.

Savannah mostra quanto sia versatile Johansson, con un inizio molto più “pop”, ma un ritornello così power e catchy che si avrebbe probabilmente ragione a credere che questo pezzo sia stato scritto più per un'esibizione dal vivo piuttosto che in studio. Si distacca quasi nettamente dai precedenti brani, probabilmente per introdurre quello che sarà il brano che meglio si staglia dalle sonorità di questo disco, quale Tombstone, un brano divertente, introdotto da riff di synth scanditi da un accenno della cassa della batteria di Mullback, che lasciano una sensazione da “saloon”, fatto testimoniato dal video che ha accompagnato proprio questo brano, e che costituiscono il corpo principale del brano, intervallati qua e là dai ritornelli, anche qui, più potenti. 

America riporta il disco sui binari originali. Anche questo brano resta abbastanza nell'anonimato, per quanto invece, dimostra le indubbie qualità compistive della band, così come la seguente A Tail That Should Never Be Told. Quest'ultima però presenta il difetto di ricadere in un sound simile a quello dei Sabaton, il che può far storcere il naso a chi vuole dei Civil War autonomi rispetto ai connazionali.

Gangs of New York corre lo stesso rischio della precedente, ma la voce di Johansson restituisce un ritornello comunque orecchiabile, anche in questo caso, probabilmente più adatto al coro di una platea piuttosto che all'ascolto individuale. 

I due brani seguenti, Gladiator e People of the Abyss, seguono più o meno la stessa linea delle precedenti: ottima composizione ed esecuzione, per due pezzi che eccellono in potenza. Tra le due Gladiator è sicuramente la migliore. 

Ecco che arriviamo alla chiusura del disco con la title track The Last Full Measure. Introdotta da un organo e orchestrazioni, esprime tutte le caratteristiche, tecniche e compositive del gruppo. Johansson, dal canto, suo, dimostra definitivamente una notevole capacità di diversificare la propria voce, che trova in questo pezzo il modo migliore per esprimere al grado massimo le proprie doti. The Last Full Measure riassume l'intero disco e fornisce una chiusura ricca di metal, orchestrazioni e cori ben intrecciati in quella che sembrerebbe un'eroica cavalcata finale piuttosto che un lungo ritornello, un pezzo che prende tutto ciò che di buono è stato scritto per i nove precedenti, degna conclusione della trilogia ispirata alle opere di Shaara. Si tratta con ogni probabilità del miglior brano dell'album, riuscendo a scavalcare anche l'insolita, ma ben riuscita, Tombstone. 

Seguono poi due bonus track, Strike Hard Strike Sure e Aftermath, che però non si stagliano più di tanto dalle linee principali del disco, che probabilmente avrebbe trovato con The Last Full Measure una chiusura migliore.

Insomma, che aggiungere? Indubbiamente i Civil War sanno quello che fanno, non a caso la band è composta dalle menti che quasi vent'anni fa pensarono i Sabaton, e questo disco ne è la prova lampante, perchè la compagine svedese ha dimostrato di saper svariare da quelli che erano i sound originali del gruppo ora guidato da Joakim Brodèn. The Last Full Measure è un misto di divetimento, potenza e melodia, oltre alle ottime composizioni e produzioni, che lo rendono un must da ascoltare per gli amanti del genere. 

 

 

Avalon

90/100