Morten Veland, è un artista che difficilmente rimane con le mani in mano e mai si rassegna davanti a situazioni ostiche. Lasciati i Tristania, decide di fondare i Sirenia, band symphonic/gothic metal, che nonostante la maledizione delle formazioni instabili, dopo circa 15 anni e 7 album pubblicati, pubblica il nuovo lavoro intitolato Dim Days of Dolor, che offre anche una succosa novità ossia la nuova voce femminile ossia la mezzo-soprano francese Emmanuelle Zoldan, vecchia conoscenza della band dato che collaborava con loro già da 13 anni nei cori.

Andiamo quindi ad analizzare questa nuova uscita che conta 11 tracce (nell’edizione limitata comparirà una bonus track con una versione alternativa di un pezzo).

 

1. Goddes of the sea : La partenza si presenta epica con cori sinfonici e atmosfere maestose. La voce della nuova arrivata non si dimostra ancora a proprio agio tappeto sonoro. Il mood espressivo dettato dalle corde vocali non è ancora al suo culmine e ciò si può spiegare considerando che la cantante è al suo primo vero disco da protagonista. Nota dolente è sentire un influenza fin troppo palese nei confronti dei colleghi Nightwish ma a conti fatti grazie alla presenza di parti corali ed un delizioso intermezzo tastieristico/sinfonico diciamo che l’atmosfera che si respira è buona.

 

2. Dim Days of Dolor : Si prosegue con la titletrack del disco, song dalla melodia portante semplice ma assolutamente efficace e memorizzabile che si stampa subito in testa (in fondo la band ha sempre avuto una certa anima pop in uno dei suoi sub-strati musicali). Canzone azzeccata e piacevole da risultati immediati.

 

3. The 12th Hour : Tutto inizia con il ticchettio di un orologio che poi sfocia in un pesante riff di chitarra condito da diversi inserti elettronici. Questo è il primo brano dove compare il growl/scream tanto caro a Morten con la sua band madre. La canzone però si rivela abbastanza piatta con il solito abuso della contrapposizione tra voci angeliche e urla indemoniate maschili e nonostante compaia un interludio melodico, che dovrebbe servire a rendere dinamica la canzone, resta poco nella mente dell’ascoltatore. Finale lasciato nuovamente all’orologio che scandisce gli ultimi attimi.

 

4. Treasure n’treason : Dopo un breve inizio che si presenta massiccio e che lasciava presagire un brano decisamente ritmato ma tutto in poco tempo svanisce dando in pasto all’audience una canzone abbastanza anonima dalla struttura canonica a cui il gruppo ci ha abituato nel corso degli anni. Le linee melodiche non incidono ma è proprio in generale che il brano non decolla mai risultando come uno dei più deboli del lotto.

 

5. Cloud nine : Introduzione lugubre che poi lascia spazio al classico trademark chitarristico dove la voce solista è nuovamente supportata dai cori. Qui la lancetta della carica emozionale si impenna un pochino ed il brano riesce a trasmettere qualcosa di più che fino ad ora era venuto a mancare. Fino a questo punto si nota una produzione che valorizza troppo poco gli strumenti e anche la potenza viene castrata troppe volte.

 

6. Veil of Winter : La stanchezza nell’ascolto si fa sentire sempre di più. Anche qui ci troviamo al cospetto di un pezzo che raschia lievemente la superficie interiore dell’ascoltatore. La fattura qualitativa è abbastanza buona ma come altri casi presenti nel disco funziona tutto abbastanza bene durante il primo tour dei brani, ma poi se si tenta di tornare sui propri passi per cogliere qualche sfumatura che magari si era persa, si finisce con il rimanere delusi.

 

7. Ashes to Ashes : Altra canzone immediata, dalle forti melodie evocative, dove i Sirenia dimostrano che le canzoni buone le sanno scrivere. Peccato che per quanto di buono  sia presente nel disco venga messo in ombra e pressato dai troppi punti deboli che con sommo rammarico spuntano come funghi. Una delle piccole gemme nascoste che i norvegesi hanno composto per questa nuova opera.

 

8. Elusive Sun : Inizio epico che poi purtroppo si affievolisce tristemente (“Miccia corta” come affermava James Coburn con un ironico ghigno stampato sul volto,  nel film Giù la testa).La linea vocale si presenta in maniera abbastanza efficace. Il finale riprende il senso di epicità che si era smarrito poco dopo l inizio inserendoci dei gustosi guitar solo. Altra canzone buona.

 

9. Playing with fire : Ennesima alba musicale massiccia che stavolta però è ben combinata con voci e melodie di livello superiore ai precedenti pezzi e soprattutto grazie anche alla sezione strumentale, brilla di più, gonfiando poi l’enfasi che porta ad un tramonto che risolleva il morale. L’atmosfera è finalmente quella giusta. Ma è poco per salvare una nave che sta piano piano finendo nel fondo dell’ oceano. E ciò irrita molto.

 

10. Fifth Column : Il penultimo brano parte con una bella bordata e grazie anche ad una cantante già più ispirata, l’interesse riesce a rimanere alto. Le atmosfere decadenti qui vengono valorizzate a dovere senza portare alla noia. Molto interessante il lavoro di chitarra specie nelle parti soliste. Uno dei brani migliori del disco.

 

11. Aeon’s embrace : Il finale parte lentamente con una intro di piano sorretta dalla voce solista femminile che qui punta davvero ad emozionare. Ci si chiede perché solo ora ci sia questa decisa presa di posizione dato che fino ad ora il livello del cantato è stato fin troppo bizzarro e discontinuo, confuso si potrebbe dire. Siamo al cospetto di una ballad epica che si basa su interventi sinfonici di gran gusto. Un finale che però lascia l’amaro in bocca.

 

Ci si ritrova così tra le mani un prodotto curatissimo nell’aspetto esteriore ma che pecca con gran dispiacere proprio nella sua finalità principale presentando pezzi brevi, poco caratterizzati e poveri di dettagli. Non è un album totalmente da buttare ma ci sono troppi bassi per una band che avrebbe le carte in regola per brillare, ma che invece rimane vittima questa volta, dall’oscurità da lei stessa creata.

 

 

Falc.

60/100