“L’erba del vicino è sempre più verde” recita un famoso proverbio popolare. Molto spesso capita di vedere successi impensabili per bands estere, anzi, molto probabile sia da sempre. C’è una continua ricerca di qualità lontana anni luce dai propri confini, e se, da un lato, capita di trovarne, dall’altro invece si incappa in fenomeni con davvero poca sostanza. Gli Skálmöld, pur non essendo dei novellini, con il nuovo album chiamato Vögguvísur Yggdrasils dimostrano che non sempre il Nord è così imponente, e che a conti fatti, anche un presunto dio può sanguinare. La band islandese anche in questa occasione propone la propria e discutibile visione del viking metal.

 

Chiarire subito un concetto è d’obbligo. Il disco in questione è scontato oltre ogni più che rosea aspettativa. 

Ne sono esempi lampanti Il brano di apertura "Múspell" oppure “Útgarður”, entrambi colmi del solito dualismo scream/growl, i soliti cori vichinghi e deboli melodie atte a rievocare immaginari pagani. Magari possono risultare piacevoli al primo ascolto ma poi perdono ogni possibile potenziale, nonostante ci siano comunque degli interessanti, e ben fatti guitar assolo. Sorte analoga tocca ad un'altra coppia di brani, chiamati rispettivamente "Niflheimur" (pezzo con un riff iniziale promettente ed epico, ma che cala vertiginosamente di intensità con lo scorrere dei minuti) e "Helheimur" (canzone parecchio banale, che stona soprattutto per la velocità). Altro pezzo debole si rivela essere "Álfheimur", gonfiato a dismisura da melodie fin troppo zuccherose e di facile assimilazione (e ripetute eccessivamente). Di buone qualità comunque, ce ne sono in diverse occasioni come la folkeggiante "Niðavellir" (pregna di numerosi inserti melodici e cori sfiziosi), la quadrata e a tratti doomeggiante "Miðgarður" (che contiene ottime melodie e sinfonie curate a dovere, oltre che a riff decisi). I due brani migliori si rivelano essere comunque"Ásgarður" (paradossalmente il pezzo meno “farina del proprio sacco” dato che ricorda molto i migliori Heidevolk, ma dopo tutto è uno dei più riusciti con efficaci lavori cesellati di chitarra ed un contesto sonoro azzeccato) e l’epica traccia finale "Vanaheimur" lunga quasi dieci minuti dove convivono serenamente cori maestosi, intermezzi atmosferici ed un crescendo intenso che risolleva la carica emotiva finora troppo soffocata.

 

Disco pregno di tante ombre e poche ma potenti luci. Il risultato finale è una sorta di mosaico dove purtroppo non tutto coincide. Il sound proposto non offre nulla di più rispetto a quanto già fatto in passato o da colleghi più dotati. Agli appassionati di sicuro piacerà ma onestamente c’è di meglio…molto meglio.

 

Falc.

60/100