I Course the Flesh sono un gruppo americano che ha abbracciato sonorità tipicamente europee, tanto da definirsi melodic blackened death metal. Il combo, originario dell’Alabama, si affaccia sul mercato con questo Black Majesty, album che, come evidenziato anche dalle note biografiche, si ripropone di mescolare elementi provenienti dal death metal melodico caratteristico del nord Europa, a soluzioni tipicamente black metal. Non viene dimenticata però la loro provenienza, e molto spesso viene strizzato l’occhio al death metal statunitense. Questo tipo di approccio non è inedito, e ricalca strade già battute da gruppi come i tedeschi Neaera e soprattutto dai The Black Dahlia Murder, tanto che il logo dei Curse the Flesh ricorda non poco il logo della band di Trevor Strnad.

L’apertura è affidata a “Nocturnal Redemption”, che conferma le premesse chiarendo fin da subito il loro intento. Si parte con riff tipicamente svedesi che però si spostano presto verso aperture melodiche dal gusto black. La velocità non è sostenuta, in favore dell’atmosfera che risulta maligna, grazie anche alla voce di Jeremy Dahmer, graffiante al punto giusto. La seconda traccia, “Blasphemy Hymn”, ricalca gli stilemi della prima, si passa con maestria da strofe e riff death a ritornelli o aperture black. Interessante anche l’inserimento di alcuni passaggi groove, giusto per ricordare che questi ragazzi sono americani. Anche in questo caso Jeremy Dahmer è convincente, e ad un certo punto sembra di sentire il Dani Filth dei tempi d’oro. La prima chicca però arriva con la title track: pur non stravolgendo l’approccio visto fino adesso, “Black Majesty” contiene passaggi epic ed un ritornello veramente azzeccato, dal vivo l’headbanging è assicurato. La tracklist prosegue nella stessa linea, qua e là emergono altri punti di forza: i nostri sanno anche premere sull'acceleratore (“A Cold Caress”) e risultano convincenti anche quando abbandonano quasi completamente l’approccio black nel pezzo “Marionettes”, una cavalcata in puro stile melodic death metal che si ispira senza nasconderlo troppo ai capisaldi del genere, At the Gates su tutti. Chiude il brano I “Call Down Horrors”, altro ottimo pezzo strutturato in crescendo, che presenta anche qualche spunto solistico da parte dei chitarristi.

 

La produzione è di ottimi livelli, e la scelta dei suoni è azzeccata e personale. La batteria triggerata non risulta troppo artificiale e anzi, le mitragliate di doppia cassa sono molto convincenti. Le chitarre sono cattive, ed il suono scelto è adatto sia per i passaggi death che per quelli black. Qualche assolo in più non avrebbe sfigurato, ma nell’economia dell’album non se ne sente la mancanza. Non avrebbe sfigurato nemmeno l’inserimento di qualche orchestrazione, ma si sarebbe forse corso il rischio di perdere l’effetto “in your face” che è sicuramente uno dei loro punti di forza.

 

Per arrivare ad un giudizio complessivo, bisogna tener conto del fatto che la proposta non è poi così originale, però a differenza di altri gruppi, dove molto spesso all’ascolto si percepisce un effetto “copia-incolla” tra le parti, I Curse the Flesh riescono a mescolare tutte le loro influenze con maestria. La tracklist risulta piacevole e ben bilanciata, non ci sono momenti sottotono o cadute di stile, salvo qualche leggerezza dovuta probabilmente all’inesperienza (ad esempio noterete che quasi tutti i pezzi terminano in fade out con la stessa nota), ma gli arrangiamenti sono ben curati e la tensione rimane costante dall’inizio alla fine. Ogni canzone ha un suo perché e nel complesso l’album risulta molto godibile e divertente. Manca forse un “pezzo da 90”, un cavallo di battaglia vero e proprio, ma la strada è quella giusta.

 

 

Sorma

80/100