Oggi mi dedicherò a parlare di un album a me molto caro, che ha indirizzato i miei recenti ascolti da maggio a questo periodo. Album che mi ha così profondamente colpito che da allora ho scavato sempre più a fondo nel genere cercando di capirlo meglio e ponendomi come obiettivo quello di trovare band che si avvicinassero sempre di più al sound di suddetto album; sto parlando di Hammerheart dei Bathory. Voglio fare un’ulteriore premessa prima di partire con la recensione: sto notando di recente che quando si tira in ballo il termine viking metal si generano spesso discussioni riguardo la sua esistenza o meno, il suo essere un genere solo tematico, l’essere una diversa interpretazione del folk ecc. Beh mi concedo di dissentire totalmente, perché il signore di cui a breve parlerò è l’artefice di quello che è definito il sound viking metal proprio con l’album in questione: quindi se alcuni ancora sono in dubbio riguardo la sua esistenza consiglio di leggere questa recensione e di ascoltare questo album.

Siamo nel 1990, e dopo 3 album che saranno essenziali per definire le basi del black metal (Bathory, The Return, Under The Sign Of Black Mark)  e uno che inizia a discostarsi da quel sound per cominciare a gettare alcune basi del viking, (Blood Fire Death) ecco che Thomas Forsberg, conosciuto da tutti come Quorthon ci regala quello che è il manifesto del viking metal per eccellenza ovvero Hammerheart. Prima ancora di addentrarmi nella descrizione delle tracce ci tengo a dare una definizione di questo genere per quelli che sono nuovi nell’ambito e che ci si stanno approcciando  o anche per quelli che magari necessitano di un ulteriore chiarimento. Il viking metal nasce come evoluzione del black metal ed è nella maggior parte dei casi strettamente collegato ad esso, mi spiego meglio: partendo dalla voce, la cui tecnica di canto sta alla discrezione del gruppo; nel caso dei Bathory notiamo un abbandono dello scream vero e proprio con l’adozione di una voce alquanto sporca ma che tende alle clean vocals  (p.s. non aspettatevi voci alla Bruce Dickinson o alla Ian Gillan perché non è quello che troverete), tendenzialmente vengono mantenuti alcuni riff provenienti dal black metal ma che hanno subito un grande rallentamento settandosi su un mid tempo e dando una sensazione di pienezza. La registrazione rimane molto essenziale e non cristallina (altra caratteristica ereditata dal black), le tematiche prese in esame riguardano la cultura popolare della Scandinavia, la mitologia Norrena, i guerrieri nordici insomma per farvela breve.. I Vichinghi. A tutto ciò va aggiunta un’estrema epicità data dai cori e dalle tastiere (a discrezione del gruppo) e in più la presenza in modo occasionale di alcuni strumenti popolari tipici della nazione.

 

Si parte con “Shores In Flames”, che ci introduce all’album con un lento oscillare delle onde che ci cullano fino all’arpeggio di chitarra iniziale con Quorthon che ci narra con voce calma della partenza dei nostri guerrieri in un crescendo che raggiunge il suo apice con la frase “Cry not my love I’ll return only death can keep us apart”, e poi si scatena il finimondo:  ci viene presentato un riff portante sorretto dall’incalzante ritmo della batteria accompagnato da una serie di cori che ci portano al centro della canzone e all’interno della tempesta seguiti da un’invocazione rivolta ad Odino con la speranza che guidi questo viaggio. La voce del nostro Thomas si fa sempre più cupa e grezza con un sottofondo di cori che richiede le sponde in fiamme, la richiesta è accolta e il fuoco si scatena al suo grido “Fire” e tutto diventa cenere sotto l’epico assolo (semplice ed eseguito su una corda sola) che ne segue.                   Il disco prosegue con la seconda traccia, un concentrato di epicità corrispondente al nome di “Valhalla” che con un’intro di corni si scatena furiosa ed epica elogiando il palazzo dei guerrieri Einherjar morti in battaglia. Ed eccoci quasi a metà, un rullo di batteria intrecciato a un riff da spaccarsi il collo (semplice quanto potente) accompagnato da un epico coro che recita “Fire And Ice” ci porta nel mezzo di “Baptised in Fire and Ice” dove troviamo il Quorthon più infuriato, il quale con voce quasi lamentosa e gridata ci guida attraverso la sua nascita da guerriero nordico e al suo battesimo raccontandoci come ha imparato il rispetto per la natura e per i poteri che la governano tali che Terra, Vento, Acqua e Cielo. Con “Father To Son” forse assistiamo all’esecuzione del riff più bello mai prodotto dallo svedese, un riff più che essenziale, ma Quorthon e il viking ci insegnano che non servono tecnicismi fini a se stessi e riff con molteplici note per creare una potenza sonora come questa (provare per credere). Il resto della canzone rimane su livelli altissimi come d’altronde tutto l’album alternando il riff in modo ossessivo dietro la voce che quasi viene coperta, fino al momento in cui ci si avvicina al ritornello in cui si fa sempre più acuta e viene accompagna dai cori.                  Siamo giunti quasi alla fine del nostro viaggio, ma ci aspetta un finale più epico che mai. Iniziamo con un inno acustico rivolto (citando il testo) al padre di tutto ciò che è passato e di tutto quello che ancora deve avvenire, a colui che è il primo e l’ultimo, l’osservatore di tutti coloro che vivono, il guardiano di tutti coloro che muoiono: Il Dio da un occhio solo, ovvero Odino.  “Song to Hall Up High” che si lega al riff di “Home Of Once Brave”, riff che è forse il più black metal dell’album che procede insieme all’intro di batteria quasi come una marcia guerriera, uno scandire di rintocchi continui, un incedere del  battito di un cuor di martello. Quorthon ci descrive con voce grezza e evocativa la terra governata dal dio che ha come messaggeri i due corvi Huginn e Muninn mentre il ritmo della batteria procede costringendoci a muovere la testa a suo ritmo.  La fine è arrivata, sia dell’album sia dell’epoca vichinga, il tutto ci viene narrato con “One Rode to Asa Bay” forse il più grande capolavoro di questo gruppo. La canzone è preceduta da un’intro in cui ad uno scacciapensieri si intrecciano il forsennato correre di un cavallo, il cinguettio degli uccelli, il verso dei gabbiani e il rumore del mare. La canzone inizia con un riff acustico sorretto da epici cori evocativi e tastiere in sottofondo che trasformano il riff da acustico in elettrico e ci portano allo svedese che inizia a descrivere della venuta dei Cristiani nelle terre natie delle popolazioni nordiche, narrando di come l’autoproclamato dio di tutti gli uomini è arrivato per salvarli tutti dall’inferno tramite il battesimo cristiano e di come l’inutile opposizione dell’uomo barbuto con il martello (metafora per indicare i vichinghi) sia stato schiacciato sotto i colpi di spada cristiana per poi passare all’obbligo di costruire chiese con il sudore di quei popoli. Con quest’ultima traccia, una suite di epicità intrinseca di quasi 11 minuti si raggiuge l’apice del disco, in cui si ha un minutaggio medio molto alto per un totale di 55 minuti.

Ritornando al discorso sulla voce, quello che ha colpito me e spero che colpisca anche voi è la particolarità della voce del nostro, che pur diciamo non essendo su standard altissimi riesce a esprimere il massimo, rendendo le canzoni personali. Personalità per questo genere che verrebbe meno con una voce linda e perfetta, perché appunto questo genere derivando dal black metal non pretende un certo tipo di perfezionismo in alcuni campi e secondo me una delle caratteristiche che lo rende interessante è proprio questa.                       Tirando le somme, avete davanti a voi quello che è il Viking Metal, la guida su come farlo e la fonte di ispirazione per qualsiasi gruppo venuto dopo abbia voluto suonarlo. Perché non esiste band che per iniziare a suonare questo genere non abbia preso ispirazione o che non abbia almeno sentito l’opera di Thomas “Ace” Börje Forsberg.

 

 

Synth Lord 

100/100