Ciao a tutti. Oggi vi voglio parlare di un album datato 2013 degli ENSHINE, una band atmospheric death/doom internazionale nel vero senso della parola: è infatti formata dallo svedese Jari Lindholm (fondatore) e dal francese Sebastien Pierre. Nati nel 2009 come progetto solista di Jari, solo nel 2013 hanno rilasciato (sotto l’etichietta Rain Without End Records) l’album che vi presenterò ora: Origin. 

L’album parte con Stream Of Light: il suono parte subito bello deciso e potente, supportato da un growl veramente valido. La canzone è intervallata da un momento puramente riflessivo, nella quale l’atmosfera si calma improvvisamente, per poi riprendere il ritmo iniziale.

Al minuto 5:47 si passa a Refraction: l’inizio è in predominanza elettronico, ma ben presto si torna a sonorità assolutamente metal, con un’atmosfera più cupa rispetto al primo brano. In certi punti il growl viene quasi sussurrato, cosa che crea un effetto vagamente tetro.

Minuto 10:10: Cinders. La canzone parte con un’intro dalle sonorità acustiche per poi passare ai ritmi a cui ci eravamo abituati nelle prime canzoni. Qui però il cantato è pulito, anche se con un riverbero molto marcato: questo particolare fa sembrare Cinders molto più “dolce” rispetto alle canzoni che la hanno preceduta. Inoltre è il brano con il testo più breve di tutto l’album.

Siamo arrivati al quarto brano, il primo dei 3 strumentali della release: Astrarium. Questo pezzo è estremamente ben riuscito, riesce a trasportare l’ascoltatore in un viaggio onirico attraverso lo spazio più lontano da noi. Obbligatorio ascoltarlo in poltrona con le cuffie, chiudendo gli occhi, per gustarselo nel migliore dei modi.

Nightwave parte anche lei dolcemente, in acustico, ma è solo un diversivo: finita l’intro parte uno dei momenti più duri dell’intero album. Il ritmo si intensifica, il growl è ancora più possente ed enfatizzato dal riverbero.  Come da marchio di fabbrica, verso fine canzone tutto si calma di colpo, per procedere ad un continuo ed incalzante crescendo che ci porta direttamente al termine del brano.

Con Ambivalence si torna a sonorità meno incalzanti, nelle quali il cantato in growl non la fa da protagonista rispetto al resto della musica: sembra che la voce sia uno strumento musicale aggiuntivo. La particolarità di questo brano la possiamo trovare circa alla metà, quando per la prima volta sentiamo un coro, apparentemente di voci bianche, che si alterna al cantato principale.

A questo punto passiamo al settimo brano, il secondo strumentale: Immersed. Qui l’atmosfera di discosta dal resto del disco, rasentando il new age. Poco più di tre minuti, giusto per rilassarsi un po’ prima delle ultime due canzoni.

Penultimo brano, l’ultimo cantato: si tratta di Above Us, brano che riporta l’atmosfera su canoni più cupi. Il growl torna a farsi sentire in tutta la sua potenza. Chitarre più potenti e batteria ben presente fanno da contraltare a momenti in cui le tastiere si inseriscono con melodie vagamente più “leggere”. Per come è strutturato, questo può essere considerato il pezzo migliore della release, insieme ad Astrarium, oltre ad essere il più lungo con i suoi 6 minuti e 6 secondi.

Siamo giunti all’epilogo con l’ultimo strumentale della release, il più energico: Constellation. Può sembrare azzardato concludere con uno strumentale, ma la scelta si rivela più che azzeccata: il ritmo è incalzante e non stanca, la chitarra finalmente riprende il posto che le spetta. Constellation si rivela come la migliore conclusione possibile. 

Origin non è un album da una volta e via: va ascoltato e riascoltato per capirlo e apprezzarlo. Dal primo all’ultimo, tutti i brani seguono un unico filo conduttore che però non stanca: l’album non risulta affatto monotono, in quanto sono presenti molte sfaccettature da ascoltare con attenzione. L’opera prima degli Enshine è davvero un disco di alto livello, che non dovrebbe mancare nel bagaglio culturale di ogni amante del genere.

 

 

Robin Bagnolati

90/100