La penisola britannica si può ritenere con cognizione di causa un immenso crogiolo di culture, tradizioni e leggende che sono state oggetto di ampia diffusione e di fusione con il mondo circostante nel corso dei secoli, nonché di adorazione e critica. Basti pensare solamente alla leggendaria importanza di Beowulf (poema epico di datazione incerta), alle opere di Shakespeare, agli scritti fantasy/ironici di Terry Pratchett nonché all’heavy metal. 

Senza l’Inghilterra oggi non saremmo qui a scrivere del capolavoro della band inglese "Hell" che ci prestiamo a recensire. 

Gli Hell nascono nella contea di Derby nel lontano 1982, dall’unione di due band: i Paralex e i Race Against Time. Sebbene il periodo fosse fra i più floridi discograficamente parlando, la band non ebbe vita facile ai suoi esordi, dato che l’unica etichetta che li produsse (la belga Mausoleum) cadde in bancarotta. Per questa ragione, il carismatico e teatrale singer Dave Halliday, a seguito della defezione graduale dei vari membri e il conseguente scioglimento della band, si suicidò in circostanze davvero spiacevoli. La formazione originale vedeva Dave Halliday alla voce, Kev Bower alla chitarra (sostituito da Sean Kelley nel 1987, prima dello scioglimento), Tim Bowler alla batteria e Tony Speakman al basso.

Dave Halliday ebbe un ruolo parallelo di estrema importanza: fu mentore e insegnante di chitarra del noto Andy Sneap, produttore ed ex mente dei Sabbat, che insieme al cantante Martin Walkyier furono fra gli iniziatori della reunion di questa band. Tuttavia, la resa vocale di Martin Walkyier nell’album diede una visione complessiva del lavoro registrato senza alcuna identità, improntata sul passato di Walkyier nei Sabbat. La band, constatata la prestazione notevole di David Beckford (fratello di Kev Bower) come special guest nel brano Plague and Fyre, propese per includerlo in pianta stabile nella formazione, dando alle stampe un disco che definire meraviglioso è alquanto riduttivo.

Human Remains esce nel 2011 sotto Nuclear Blast e consta di 11 brani, uno più coinvolgente dell’altro, grazie anche alla granitica produzione ad opera di Andy Sneap, che con il compagno di avventure Kev Bower ha eretto un muro di chitarre urlante e potentissimo, senza dimenticare ovviamente gli inserti di tastiere, sempre azzeccati e d’ispirazione.

L’opener Overture Theme from Deathsquad è una reprise orchestrale di un brano strumentale della band prodotto nel primo demo negli anni ’80. È una doverosa intro dal carattere piratesco/medievale, che ricorda orde di masnadieri pronti a combattere la loro causa. 

Il disco si apre con la granitica “On Earth as it is in Hell”, granitico shuffle dal sapore diabolico condito con sintetizzatori brucianti e riff che più anni ’80 non si può, che raggiunge il suo apice con un sapiente cambio di tempo e un riff che ogni chitarrista vorrebbe imparare. La voce carismatica e teatrale di David Beckford non lascia pietà, in un perfetto connubio di violenza ed eleganza.

Segue l’apocalittica “Plague and fyre”, che riprende tematiche storiche dell’antica Londra, il tutto condito da un intro di sintetizzatori ed effetti sonori che fanno gelare il sangue. Il riff d’apertura sabbathiano non lascia assolutamente indifferenti, mentre urla disumane fanno breccia in sottofondo. Anche qui cambi di tempo e l’intricatissimo drumming di Tim Bowler, che non sembra assolutamente patire i segni del tempo.

Dopo l’interessante e tetra “The Oppressors”, dove si riesce a sentire in sottofondo la voce di Dave Halliday (sapientemente restaurata da Andy Sneap), si apre la maestosa e funerea “Blasphemy and the Masters”, dove a far da protagonista sono il massimo disgusto verso il mondo divino, campane apocalittiche e un incedere opprimente di batteria e chitarre, mentre il nostro David recita un canto ricolmo di pathos e incisività, proprio per incarnare le gesta del malcapitato dannato di cui narra il brano. Pochi attimi di relax prima dell’apertura di un dual-riff e un mid tempo senza pietà.

“Let the Battle Commence” ha un gusto dannatamente teatrale, con un up tempo maligno e i proclami senza vergogna di David Beckford, che ci invita al suo spettacolo di sangue. Davvero notevole la prestazione del batterista in questo brano: i batteristi del 2015 dovrebbero imparare molto da Tim Bowler, scoprendo che talvolta non è necessario ancorarsi a schemi prestabiliti e dettati dal comune pensare.

“The Devil’s Deadly Weapon” è uno dei brani più belli che la band ci regala in questo disco. Un eroe armato di spada, armatura e coraggio inneggia all’uccisione di un’enorme bestia, mentre la band si prepara a regalarci un mid tempo energico, sognante, che trasuda un feeling anni ’80 davvero meraviglioso. 

“The Quest” è un episodio atmosferico, intriso di horror noir. Si tratta forse del brano che risente maggiormente degli echi del passato, con armonizzazione proprie dell’epoca del NWOBHM di migliore qualità. Qui rimaniamo in un’ottica di relativa calma, dove la voce David permane su registri medio-alti.

“MacBeth”, manco a dirlo, riprende il celebre e triste dramma di Shakespeare, condendo la vicenda con un shuffle mid tempo mai banale, ricco di pathos e cattiveria vecchia scuola. Il duo Sneap/Bower alle chitarre si dimostra qui una macchina sforna-riff senza sosta. Interessante e meraviglioso l’intro con corvi, cornamuse e un’atmosfera spettrale con streghe e venti diabolici.

“Save Us from Those Who Would Save Us” è una chiara invettiva verso la chiesa nel corso dei secoli e le scelleratezze di cui si è resa protagonista, tanto che nell’intro si possono sentire le voci di giornalisti mentre commentano scandali della chiesa cattolica. Kev Bower alle chitarre ci regala un’atmosfera di sintetizzatori che ci sembra trascinare nelle profondità dell’Inferno. Il brano, dopo un intro malignamente melodico (quasi a ricordare il modus operandi di Morricone) si apre con un violento up tempo dal sapore stranamente epico/avventuroso.

Il disco si chiude con la magistrale e glaciale “No Martyr’s Cage”, dove il duo chitarristico si porta in accordatura ribassata per regalarci un capolavoro dai toni sognanti all’inizio e apocalittici nella sua esplosione. Il contrappunto che si crea tra i fraseggi di chitarra e le note di basso, condito con la vocalità lisergica e dannata di David Beckford fa capire che gli Hell possono ritenersi autori di un album seminale, fondamentale ed ispirato, che se avesse goduto delle giuste attenzioni all’epoca del suo concepimento avrebbe portato questa band ben oltre a dove si trova adesso.

In conclusione l’ascoltatore può intraprendere l’ascolto dell’opera in due modi differenti: 

- ascoltando i brani come un fresco sipario di sapiente tecnica compositiva ed espressiva, senza (a mio avviso) eguali nei nostri tempi e nel genere metal;

- prendendo coscienza del fatto che non c’è nessun brano del disco che sia stato scritto nei giorni nostri.

 

L’ultima osservazione, in particolare, fa riflettere su come la band fosse all’avanguardia (troppo) per l’epoca e la legittimità dello spazio che si è riservata oggi, con questo capolavoro. Il disco è consigliato a tutto il pubblico metal, senza distinzioni.

 

Edoardo Napoli

100/100