Al seguito dell'uscita di "Nightshade Forests" un ep contenente alcune tracce scartate da "Dol Goldur" i Summoning si presentano al ciglio del nuovo millennio con il quarto full length "Stronghold" prodotto sempre dalla cara Napalm Records. In linea generale qual è stato il grande cambiamento che il duo Austriaco ha voluto proporre? A differenza dei due album precedenti in cui sono le chitarre a far da sfondo ai sintetizzatori e alle tastiere medioevali, in questo caso ci viene presentato il contrario: dei riff portanti belli massicci che risultano in primo piano e le tastiere passano in sottofonodo restando comunque il loro punto di forza. 

A far partire tutto ci pensa "Rhun", un'intro marziale come di consuetudine; intro che ritengo la meno riuscita di tutta la loro discografia, comunque il suo compito lo svolge bene. Con la prima traccia veniamo colpiti subito dal loro "nuovo" stile (nuovo tra virgolette perchè come ho già spiegato si parla solo di cosa fa di sottofondo a cosa, con l'aggiunta di un piccolissimo abbandono del crudo impatto del black metal più diretto per lasciare più spazio all'atmosfera già strapresente sui due full precendenti); "Long Lost To Where No Pathway Goes" che con il suo riff ripetuto ossessivamente trae ispirazione da un poema di Tolkien intitolato "The Death of St. Brendan" di cui ritroviamo i versi:

<In a boat then, brother, far afloat

You must labour in the sea

And find yourself things out of mind:

You will learn no more of me>.

La tastiere già da questo pezzo appaiono più melodiche e molto sintetizzate mettendo da parte quelle più monotonali, che davano una sensazione di medioevo presenti su "Minas Morgul". Blasfemicamente parlando (perchè una cosa così è difficile da dire): pur essendo secondo me il secondo album meno riuscito dei nostri Protector e Silenius, il disco presenta tracce di altissimo livello come "Like Some Snow - White Marble Eyes" forse una delle più belle nell'intera discografia che con le sue tastiere nel ritornello crea quasi un giro folk sorretto da un riff pesante come un macigno. Pezzo affidato a Protector che con il suo scream descrive un paesaggio invernale e innevato paragonando la lucentezza delle stelle ai bianchi occhi di marmo dell'oscuro signore di Arda, Morgoth. Arriviamo all'altra grandissima novità, penultima grandissima novità, l'altra la tratterò tra breve; abbiamo la partecipazione nella traccia "Where Hope And Daylight Die" di Tania Borsky direttamente dai Die Verbannten Kinder Evas il progetto di Ambient Neoclassica del nostro Richard Lederer. Per i fan della band non ci saranno sorprese, ma per chi non è a conoscenza di questo suo progetto resterà attonito sentendo all'improvviso dopo l'introduzione marziale della drum machine accompagnata dai sintetizzatori, una voce femminile semi lirica intonare le note di questa atipica, ma molto emozionante canzone per il duo Austriaco. Le tracce affidate a Silenius come  "The Rotting Horse On The Deadly Ground" e "The Glory Disappears" hanno un ché di più battagliero, senzazione data anche dalla rudezza del suo scream. Avendo militato negli Abigor (band di black metal Austriaco) il nostro Micheal Gregor riesce a dare più aggressività ai suoi pezzi sempre però all'interno dell'atmosfera che la band trasmette. Ripassando il microfono a Protector (alternanza vocale che giova molto a questo album, come anche agli altri rispettivi loro lavori permettendo di dare freschezza di impatto e di mantenere l'ascoltatore sempre vigile nel recepire lo stile di un singer piuttosto che dell'altro) arriviamo a "The Loud Music Of The Sky", forse azzardando a dirlo una delle più atmosferiche dell'intero album dato che l'intro della canzone scandisce battiti accompagnati da solenni parti di tastiera per due minuti e trenta secondi. Non il solo Tolkien è presente in questa composizione, infatti troviamo versi che riconducono a "Tales from Benedictine Sources, consisting of The Abbot and The Monastery" di Walter Scott:

<What I am, I must not show

What I am thou could (not know)

Something between heaven and hell

Something that neither stood nor fell

Something that through thy wit or will

May work thee good, may work thee ill>.

Per quanto riguarda il titolo invece io punterei piuttosto sul primo capitolo del Silmarillion di Tolkien l'Ainulindalë, ovvero la musica degli Ainur, non aggiungo più nulla vi lascio percepire da soli l'epicità creatasi.

Avevo parlato di un'altro cambiamento per i summoning, o meglio potrei chiamarlo piccola aggiunta che viene presentata con "A Distant Flame Before The Sun", in cui al testo che riprende una canzone di Bilbo Baggins cantata a Gran Burrone dopo aver consegnato a Frodo la veste di Mithril e la spada Pungolo: 

<I sit beside the fire and think

Of how the world will be

When winter comes without a spring

That I shall ever see

 

I sit beside the fire and think

Of people long ago

And people who will see a world

that I shall never know

 

I sit beside the fire and think

Of older times that were before

I listen for returning feet

And voices at my door> ;

vengono aggiunti alcuni estratti di parti parlate presenti sui film "Legend" e "Braveheart"; dopo essersi immersi in questa atmosfera seduti vicino al fuoco con Bilbo a pensare ai vecchi tempi andati, e ai nuovi tempi che verranno con il riff della canzone che vibra nelle sinapsi e il sintetizzatore che come se già non bastasse dona maestosità al tutto, il pezzo si conclude riprendendo l'aria di Rhun ponendo la parola fine al disco.

Davvero difficile dare una valutazione numerica a questo disco, anche se alla fine già mi sono sbilanciato. C'è da dire che contrassegna un passaggio fondamentale per la storia della band e sancisce un piccolo passaggio a qualche nuovo cambiamento; qualcuno già trattato ampiamente sopra, altri in fase di arrivo con il prossimo "Let The Mortal Heroes Sing Your Fame", ma saranno sempre più delle piccole aggiunte all'imponenza di questa band piuttosto che cambiamenti.

 

 

Synth Lord

87/100 



Seduto su un trono di pietra.. Alto su Thangorodrim... Mi sono azzardato a sfidare il Signore Oscuro e adesso queste sono le conseguenze, una maledizione è scagliata contro la mia stirpe e sono costretto a starmene qui a vedere il dolore abbattersi su tutti ciò che io amo attraverso i suoi occhi, finchè tutto non sarà compiuto. 

Ok ok ok, sveglia! Torna alla realtà, tu non sei Húrin e ai tuoi cari non succederà nulla. Questo è quanto mi succede ogni volta che nelle mie orecchie entra la melodia iniziale di Bauglir accompagnata dalla voce narrante di Melkor; prima traccia e intro di Oath Bound, sesta fatica in studio per i Summoning uscito nel 2006 sempre per la rinomata Napalm Records.

Sono passati cinque lunghi anni da Let The Mortal Heroes Sing Your Fame, e come dico spesso "mai così lunga attesa poteva essere meglio ripagata!". Oath Bound, il giuramento unisce e per giuramento ovviamente (appasionati di Tolkien venite a me!) si intende quello del Noldor Fëanor, che porterà grandi sofferenze a tutta la sua elfica stirpe. Ma non dilunghiamoci oltre sui temi trattati, vi basti sapere per adesso che questo disco è incentrato tutto sul Silmarillion a parte un'eccezione. 

Dopo essere usciti dallo stato di crisi d'identità portato con l'intro "Bauglir", eccoci arrivare alla seconda traccia "Across The Streaming Tide"; e come di consueto ad accoglierci troviamo i ben noti synth summoninghiani che con un'epica melodia ci accompagneranno per tutto il resto della canzone. Sintetizzatori che si legano con la drum machine resa in modo marziale, il tutto accompagnato da riff semplici ed epici su cui Protector ci narra del nascere di una delle più importanti battaglie del Beleriand. Ho sempre pensato che l'alternarsi dei due singer fosse congeniale alla scorrevolezza del disco, anche perchè il loro stile è diverso. Dunque reputo giusto scegliere Silenius per cantare la successiva Mirdautas Vras, dato che il suo tipo di scream essendo malvagio e aggressivo rappresenta benissimo le terrificanti parole pronunciate da Sauron nella lingua nera. La drum machine (accompagnata ovviamente da epicissimi sintetizzatori) ricorda stavolta l'incedere lento di un esercito di orchi in marcia pronto alla guerra.

Sarebbe inutile dilungarsi troppo in una descrizione track by track, dato che il disco non ha alti e bassi. Ciò che è essenziale dire è che ritorna la formula vincente del coro maestoso pulito come già si era visto nel disco precedente; stavolta in ben 2 canzoni "Might And Glory" in cui tastiere (melodiche è dir poco) ci cullano intrecciandosi alla perfezione con le altre parti; e la superba "Land of The Dead" su cui non posso esimermi dal dire qualcosa. Canzone più lunga del duo austriaco, e traccia che potrebbe essere considerata il loro più grande capolavoro. L'intro di tastiera ci trasporta immediamente a Tol Galen, luogo dove Beren e Lúthien poterono amarsi nuovamente dopo la morte e il ritorno dalle Aule Di Mandos; un malinconico flauto ci porta fino al momento in cui arriva il nostro Protector a descriverci minuziosamente il luogo sopracitato. La canzone è un ripetersi di malinconia fin quando al fatidico minuto 7:30 siamo travolti da un emozionante e maestoso coro che alternandosi con il ritornello ci accompagnerà scemando fino alla fine del pezzo.

Come già avevo detto ne è valsa la pena aspettare cinque anni per questo risultato, fan del Professore (amanti del metal), fan dei Summoning e non se volete ogni volta iniziare un viaggio nuovo ed evadere dalla realtà di tutti i giorni (anche se solo per un'ora e dieci minuti) ed essere voi i nuovi Húrin, compratelo, ascoltatelo, ne vale davvero la pena.

 

 

Synth Lord

95/100