Risuonano da Rovigo le macabre note dei Barafoetida che ti trascinano nel buio del loro ultimo album, Necronomicon.

Questo quintetto dal lungo vissuto musicale, improntato sul genere dark industrial, crea una scena di penombra trascinando l'ascoltatore in una dimensione di attesa ed angoscia con suoni lenti e costanti.

Per creare questo sentimento nel pubblico usano poche note in chiave minore.

I brani nel loro complesso tendono ad essere lacunosi ed avendo una lunga durata perdono l'attrattiva iniziale.

Infatti l'album sentito per intero sembra essere quasi statico e possiede poco impatto, mentre sentendo i brani separatamente si riesce a godere meglio dell'atmosfera.

La composizione è semplice, ma studiata solo superficialmente.

Ne abbiamo un esempio in "Curse of Yig" dove molte note di piano accentuano la chiave musicale, mentre altre spezzano il clima caratterizzante togliendo potenziale al brano.

Inoltre, la scelta dei suoni va a valorizzare l'intero lavoro se non il punto forte dello stesso.

I pezzi seguono una linea compositiva abbastanza costante e si fa interessante la scaletta in cui brani similari sono intervallati da altri che creano un giusto distacco.

Tra i punti più degni di nota troviamo i suoni crescenti usati in "Dunwich Horror" e "Innsmouth", brani complementari, che con la giusta collocazione danno valore all'armonia dei pezzi. 

Notevole anche la scelta dei cinguettii in "Azatoth".

Quest'ultimo, posto in apertura all'album, da subito un imprinting dell'idea compositiva.

Lo stacco con il secondo pezzo, "R'lyeh", è evidente per via della rimozione di alcuni battiti, che davano sezione ritmica al primo, sostituiti da accordi a ripetizione costante.

"Curse of Yig", il terzo pezzo, torna su uno schema più leggero basato su parti più melodiche.

"Dagon", il successivo, è riconoscibile come uno dei pezzi di stacco per via della sua maggior pienezza strumentale e una ritmica più andante.

Con "Nyarlathotep" si viene ricatapultati nella scena cupa, vuota e lenta del principio.

"Chtulu" riprende "Curse of Yig" con l'ausilio di altri suoni e mantiene più o meno lo stesso schema.

"Dunwich horror" e "Innsmouth", già citate in precedenza, mantengono la scena lugubre e profonda con una scansione ritmica più decisa.

In fine, "Arkham" conclude questo progetto musicale continuando sulla linea caratterizzante dello stesso eliminando la ritmica.

L'incedere di questo album si svolge come lo schema di un romanzo in cui gli eventi ascendono (fino al terzo), giungono ad un climax o punto di svolta (dal quarto all'ottavo) e poi discendono giungendo ad una conclusione (nel nono).

In conclusione la band ha svolto un buon lavoro che con la sua semplicità supera i precedenti album e ne sperimenta uno stile diverso.

 

 

Black Sevenale

76/100