I Torinesi Kraanston (nome che deriva dalla storpiatura di Brian Cranston,protagonista della serie cult “Breaking Bad”,date un’occhiata al logo,giusto per farvi un’idea),si presentano al pubblico con questo primo EP che coniuga sonorità trash-death e influenze stoner,sludge,doom.

 

Provenienti da esperienze musicali differenti,Fabio Insalaco (chitarra) e Stefano Moda (batteria),già negli Homicide Hagridden,storica band metal torinese,con l’inserimento di Andrea Bonamigo (basso e voce) degli psichedelici The Selfish Cales,arrivano a questo debutto nel Settembre 2016,a soli otto mesi dalla loro formazione,mostrando,oltre alle influenze già citate,la tipica attitudine hardcore del “do it yourself” (l’EP è totalmente autoprodotto),senza disdegnare sconfinamenti nel jazz e nella psichedelia.

 

“Dead Eyes”,a partire dalla copertina brillante e vivida,è un lavoro a tratti sperimentale nel senso più ampio del termine: non ci sono veri e propri sperimentalismi,ma c’è il tentativo di fondere diversi generi talvolta distanti fra loro in un unico amalgama compatto,in una cornice lirica storico/epica.

 

L’iniziale “Cargo Cult” parte subito col botto,in un riff tipicamente metal in battere che però è sviluppato su un canovaccio stoner.La chitarra di Fabio Insalaco mischia mazzate a motosega ad aperture seventies ma su un registro che ricorda tanto i Kyuss quanto i Karma To Burn,la voce di Andrea Bonamigo è più hardcore,mentre il suo basso fa da tappeto agli assoli di Insalaco fungendo da seconda chitarra.

L’intermezzo quasi ‘wall of sound’ permette al pezzo di svilupparsi su una trama più rock-metal,dove Bonamigo utilizza un registro più melodico-parlato.Si ritorna quindi alla linea principale del pezzo,che come in un loop ritorna sui suoi passi a chiudere un cerchio.

 

“Kraanston” gioca con un’iniziale ed oscura linea sonora dove la batteria di Stefano Moda dipinge un quadro spigoloso e quasi prog che ricorda i Goatsnake,anche se l’attitudine è più hardcore che sludge (intro cadenzato e spigoloso,voce sul tono introduttivo e descrittivo) e poi si apre in una cavalcata stoner che potrebbe stare su un disco dei primi Masters Of Reality,anche se il tono del pezzo è più desert e la voce di Bonamigo si pone tra John Garcia (ma più punk) e l’hardcore prima maniera.A metà pezzo,il mood si trasforma ancora,questa volta variando su un metal più concettuale,dove aleggia il fantasma dei Cynic quanto quello dei Carcass (in particolare l’intermezzo che porta al bel solo di Insalaco rimanda a Heartwork per la brillantezza del sound).

Essendo la canzone omonima della band,si percepisce,durante l’ascolto e nel suo sviluppo,che il power-trio abbia voluto condensare le proprie esperienze musicali e preferenze in un biglietto da visita molto variegato ed interessante,dove generi spesso distanti convivono grazie ad una messa in atto ben ordita,ben suonata e che rispecchia intelligenza e freschezza.

 

Il trio sa bilanciare ritmica ed atmosfere: quando la musica non è votata a spingere o a intensificare il pathos sugli stacchi tra ritmiche diverse,la band si focalizza sull’impatto descrittivo,come nel caso della terza traccia “Tunguska”,ispirata all’evento avvenuto nell’omonima località della Siberia nel 1908,dove una forte esplosione creò un bagliore visibile a centinaia di chilometri di distanza,fornendo all’immaginario scientifico collettivo ipotesi di diverso genere sull’accaduto,tra cui l’impatto con un asteroide,una cometa,l’attraversamento del nostro pianeta di un piccolo buco nero,teorie ufologiche e via dicendo.

 

Da questo presupposto ci si inoltra in una traccia che si apre proprio in maniera descrittiva: colpi all’unisono degli strumenti che fungono da introduzione e che replicano atmosfere esplosive e primordiali,un minuto sludge e doom che si accosta alle sonorità di bands come i Lento (senza però quella vena strumental-edonistica che rischia di annoiare) e che poi esplode in una sequenza che dapprima è metal (l’ombra dei Carcass che si ripresenta  minacciosa),poi diventa stoner (ma con un piglio vecchia scuola anni ’70,infarcita di riffs armoniosi,per certi versi ‘alla Sasquatch’) e ancora in un mix di sonorità metal e hard rock stoner che ricordano gli Orange Goblin più rallentati,ma come se alla chitarra ci fosse una sorta di Eddie Van Halen in acido che ha deciso di passare dalla parte dell’oscurità.Interessante il finale,che si sposta su una matrice più dura di chitarra e conclude il pezzo in maniera ‘aperta’,a differenza dei due brani precedenti,dove un certo tipo di struttura ‘ciclica’ andava a concludere le tracce.

Il lavoro della band è un lavoro ‘sporco’ ottenuto con finezza e misura,dove spicca la chitarra intelligente ed ispirata di Insalaco,sempre puntuale in soli che sono funzionali al pezzo e mai di ruolo o autocelebrativi.

Probabilmente il pezzo migliore dell’EP.

 

Chiude il lavoro la strumentale “The Danger”,la traccia più metal del lotto,che ha però la peculiarità di distaccarsi dai soliti strumentali riempitivi (poco senso di ciclicità e interessanti idee melodice) e che si propone come un pezzo modellato sul talento di Insalaco,ma che non aggiunge niente a quanto sentito in precedenza.

 

“Dead Eyes” è un EP che cresce ad ogni ascolto e che vibra per freschezza (nonostante l’oscurità data dal detuning degli strumenti) e vivacità.Per quanto non sembri,la voce di Andrea Bonamigo è peculiare perché non ricalca nessun stereotipo ma anzi cerca di filtrare,in maniera personale,il tipico piglio stoner e sludge attraverso una lente metalcore che rende i pezzi completi,evitando che i brani soffrano di una strumentalità troppo marcata e quindi mancante di quel quid che serve ai pezzi.

L’autoproduzione è di buon livello,per quanto sia basso che chitarra godono di presenza (e sono due vere macchine da guerra),mentre la batteria del bravo Stefano Moda risente di un po’ di distanza.Anche la voce soffre di un certo senso di ‘lontananza’ dall’ensemble delle canzoni,ma dipende sempre dall’attitudine della band (produzione volutamente in questo senso oppure no?).Liricamente parlando,l’apprezzamento va a testi che hanno un piglio storico/epico ma che non affondano nella mitologia,evitando quindi di scadere nella saga o nel calderone del ‘mito a tutti i costi’,risultando una parte assai importante per la buona riuscita dei brani nel loro complesso.A fare la parte del leone c’è la chitarra di Fabio Insalaco,che non sbaglia un colpo ed è la mente trascinante delle canzoni,e che si distingue da tanti altri bravi e capaci chitarristi per le idee,forse non innovative,ma che lo rendono un chitarrista intelligente,di quelli che lavorano per il pezzo e che non sfociano mai nell’autocontemplazione,dotato di gusto e tecnica da vendere.

 

Nonostante il lavoro sia uscito a breve distanza dalla formazione del trio,I Kraanston mettono in scena un EP ben congeniato e compatto,ma le influenze sono talmente varie,seppur amalgamate con destrezza e capacità,che quattro tracce sono un po’ poche per avere un’idea dello scenario musicale e visivo che possono porre all’ascolto.

 

Ma il bello è proprio questo: chissà che cosa potrà fare questa band in seguito!!!

 

Attendo fiducioso!

 

TRACKLIST:

 

1. Cargo Cult

2. Kraanston

3. Tunguska

4. The Danger

 

 

LINE-UP:

 

Fabio Insalaco – Guitars

Andrea Bonamigo – Bass,Vocals

Stefano Moda - Drums

 

 

Ed

70/100