Ci sono generi che nascono, scompaiono e ritornano (le classiche ondate revival) Come nella vita, anche nell’arte vi è un cerchio infinito. Tra gli innumerevoli generi anche il thrash metal dopo gli anni d’oro ebbe un periodo di buio, per poi tornare di prepotenza nei timpani degli ascoltatori prima grazie ai big, poi grazie anche ad una miriade di gruppi più più o meno validi, seguaci di tali sonorità. E, come la storia ci ha insegnato, si è creato un marasma straripante di entità che a volte han finito per stancare, dato che il genere è poco incline all’evoluzione. Tra il caos generale nel 2012 nascono i Rejected, che dopo il primo demo del 2014, arrivano al debutto discografico, autoprodotto, nel marzo del 2016 a nome One Infection.

 

Come già preventivato, in questo disco non si trovano segni evidenti di avanguardia sonora, ma semplicemente, viene offerto ciò che un album metal dovrebbe offrire. Dopo una breve intro, si parte a raffica con “COD Zombie”, pezzo che getta le basi su come sarà costruito l’album quindi vocals acidissime e nevrotiche, urlate a pieni polmoni (spesso sorrette dai cori) ed un impasto sonoro che pesca a piene mani da bands come primi Exodus e Cripple Bastards (questi ultimi come attitudine al nichilismo sonoro) ma più in generale diciamo che siamo dalle parti del punk/hardcore incrociato con il metal (tanto thrash ignorante insomma, ma con qualche concessione a bordate più violente). La successiva “Praise The Sun” ha un ritornello trascinante, dimostrandosi come una delle canzoni più valide del disco anche per via di un efficace riff di chitarra. Dopo la scheggia “Unable” (una sorta di intermezzo) si riparte a martellare con “Thrashvein”, che contiene l’ennesimo ritmo che entra direttamente in testa condito da un ritornello altrettanto valido. “In Piedi nell’Occhio” , cantato in italiano, scatena il macello con attitudine molto punkeggiante. “Motherfucker” fin dal titolo è una dichiarazione di intenti e si dimostra una canzone (se così vogliamo definirla) tritabudella, con voci sempre più abrasive intente ad inveire contro tutto e tutti. “One Infection” sembra quasi la continuazione del pezzo precedente quindi ci si deve preparare a rasoiate di chitarra e colpi di batteria stile raffiche di mitragliatrice. Tutto dura pochi istanti ma certamente non viene concesso il tempo di prendere fiato che “Children of the Mosh”, “WUM” e la finale acida mazzata a nome  “BRAZZO the Homeless” precipitano addosso ai padiglioni auricolari dell’ascoltatore, lacerando e mordendo senza sosta.

 

Il disco è terremotante, incazzato e deliziosamente grezzo. I ragazzi tecnicamente ci sanno fare e le canzoni scorrono bene, facendo il loro dovere. Vi è anche una buona dose di personalità che rende più riconoscibile la band. Come esordio i ragazzi hanno fatto centro con un CD piacevole da ascoltare e riascoltare. L’unico limite o problema che sia, è il fatto di proporre un progetto, che potrebbe far molta fatica a far breccia tra l’immensa concorrenza. It’s a long way to the top, if you wanna rock’n’roll!

 

 

Falc.

75/100