Ci sono occasioni che vanno prese al volo quando si è consci dei propri mezzi, quando si ha sicurezza assoluta sia dei limiti, che dei propri demoni interiori. Purtroppo però, a volte ci si fa prendere dall’entusiasmo e dalla fretta e si cade facilmente in trappola, la stessa trappola in cui sono caduti i Shivers Addicition, band nostrana nata nel lontano 2004, con all’attivo un primo album autoprodotto datato 2011 con una donzella al microfono, per poi ricomparire nel gennaio 2016 con un disco ossia Choose Your Prison, con un nuovo singer (ex Cyrax) alla voce.

La nuova opera cerca di giocare con molti generi siano essi prog, folk, thrash o power (di derivazione americana per la precisione, ancorato agli anni 80’). L’iniziale “Death has Nothing to Teach” inizia in maniera folkeggiante per poi evolversi in un brano influenzato dai Mercyful Fate in salsa prog. Purtroppo però la fusione non convince e nonostante un assolo di ottima fattura le due anime della canzone si annullano tra loro invece che fondersi. Buono il finale con una potente bordata metallica. "Eternal Damnation" risulta monotona ed incapace di scegliere una direzione precisa sebbene la perizia tecnica sia di alto livello. Il risultato è una traccia troppo inutilmente allungata e un ritornello piatto. “Freedom” ricorda la Vergine di Ferro ma come il precedente risulta debole nella costruzione del sound senza aver modo di colpire con efficacia. Dopo un intermezzo a nome “La Mort Qui Danse” (abbastanza trascurabile) arriva il successivo “Money Makes The Difference”, canzone stile metal classico, che funziona in maniera più incisiva con un ritornello corale deciso ed un guitar work potente. “Painted Arrow” è un pezzo che profuma di Jethro Tull, quindi ci si trovano influenze folkeggianti che però a questo punto del disco stonano nel contesto generale in quanto sembra compaiano senza un motivo preciso. La canzone è di discreta qualità che vede una collaborazione con una voce femminile, che però non aggiunge nulla allungando troppo il già alto minutaggio. “The King and the Guillotine” ripesca con veemenza le sonorità medioevali degli attimi precedenti sfruttando efficaci melodie chitarristiche con parti acustiche evocative. Il ritornello risulta nuovamente scialbo. “We Live on a Lie” contiene un riff portante, ed in generale, una sezione strumentale potentissimi che finalmente innalzano la qualità del CD, ma il tutto viene storpiato dall’ennesimo ritornello troppo debole che non riesce ad incastonarsi alla perfezione. La finale “Where is My Future” risulta lineare citando nuovamente il leggendario Re Diamante come fonte. Ottimo l’assolo ed altrettanto valide le bordate finali ma il pezzo non riesce a decollare come dovrebbe.

Un disco che manca di idee chiare, contenente un sound che aggiunge troppi elementi senza che essi siano legati concretamente. Ci deve essere una maggiore ricerca di identità perché non basta una buona perizia tecnica per rendere grande una band. Un lavoro più accurato ai ritornelli, spesso la chiave di una canzone, gioverà sicuramente al gruppo. Per ora rimandati in attesa del prossimo lavoro.

 

 

Falc.

50/100