Band: Whiskeycold Winter

Nazione: Italia

Genere: Rock

Formato: Ep

 

Componenti:

Pietro La Tegola (Chitarra)

Simone Pennucci (Voce e chitarra)

Emanuele Musella (Basso e voce)

Roberto Liotti (Batteria)

 

Un sogno nato da  una frase buttata al momento, mentre si scherzava tra i banchi di scuola, questo è stato lo scherzo del fato che ha lentamente abbracciato questi ragazzi, mentre all’epoca si limitavano a imitare i loro idoli, suonando pezzi rock  misti a un po’ di Blues e Funky. Crescendo, la voglia di farsi conoscere cresce, cosi come la fantasia di comporre inediti, tanto da portarli poco dopo a costruire brani che li portano a suonare Southern Rock.

Preparano subito del materiale e tra 2011 e il 2013, dopo anche un piccolo cambio di line up, sfornano due Ep autoprodotti. Il 2014 è il loro anno, riescono a trovare la formazione perfetta e partecipano a molti live e contest, arrivando addirittura secondi all’ “Emergenza Fest”. Nel 2016, esce il loro Ep ufficiale, intitolato “ Cosmic Hangover ”, di ben 4 tracce, che andremo ora a recensire.

L'ep si apre con “Fishman Child”, con il suo intro calmo ma rockeggiante, la sinfonia perfetta per un brano che simboleggia un’elogio al legame che unisce ogni uomo alla sua terra d’origine, mentre dei tocchi di rullante riecheggiano nell’aria. Segue “The Shadow Line” che tende molto al Blues, lento, rilassante, armonico, un’ottimo brano da ascoltare in viaggio durante una notte di pioggia. Un brano che ti fa pensare, che ti fa aprire gli occhi, che ti getta su un mondo in cui bisogna essere maturi per sopravvivere, lasciandosi alle spalle il passato. Il solo di chitarra e’ molto melodico e piacevole e, assieme alle sinfonie create, rende questo brano forse il migliore dell’ ep. Si continua con “ Doomsday roses”, brano più accattivante, con i tipici riff del rock anni 70/80, ricordando parecchio gli Eagles. Il basso, strimpella delle massicce note, accompagnando la batteria e lasciando che la voce si adagi su di essa, mentre racconta la tentata fuga di una “sorellanza” dalla banalità del mondo e lasciandosi andare ai 5 sensi. La parte finale del brano è un giro molto rock, capace di caricarti, pieno d’energie, si estende ovunque. Si chiude con “Space Beggar” e il suo inizio un po’ psichedelico, con dei riferimenti che, personalmente, mi riportano ai vecchi brani del mitico “Boss”. Qua la  batteria gioca più’ sui piatti, mentre la chitarra con i suoi accordi blues e il suo arpeggio crea un’atmosfera da sogno, il tutto sempre accompagnato da una una fantastica voce che stavolta narra dell’ossessione dell’uomo che a volte, per seguire dei sogni, tralascia ogni cosa, a volte cose importantissime a cui non andrebbero mai voltate le spalle. Qui la band usa l’esempio dell’uomo e la sua ossessione di arrivare sulla luna, ma chiunque ascolti questo brano può’ immedesimarsi e riflettere. Il tutto naturalmente interrotto da un solo bellissimo e profondo, che solamente lo stile del southern può’ dare.

In primis, voglio congratularmi con la band, era da molto che non ascoltavo un disco di tale portata, nonostante non sia il mio genere preferito. Si vede che ora sono affiatati e che se continueranno su questa line d’onda, avranno grandissime possibilità di farsi notare.

 

 

Barabba

85/100