Molto particolare questo “A string’s dramedy” dei Macaria (ex- Folkentroll). Pubblicato tramite Revalve Records, vede il combo pugliese impegnato in un concept album, scelta molto coraggiosa e rara per un disco di debutto, ma che, come vedremo in seguito, risulta vincente.

L’artwork ricorda per colori e atmosfera il cinemino del film “La vera storia di jack lo squartatore” del 2001; non sappiamo se si tratti di una scelta casuale o voluta, ma c’è da dire che si sposa bene con le tematiche drammatiche presenti nel disco. Il concept ha come protagonista una marionetta che, durante la propria esibizione a teatro, prende vita: una volta liberata dai fili che la imprigionano, prende coscienza del mondo, fino a quel momento sconosciuto. Passando da schiavitù a libertà assoluta, la marionetta ha una percezione unica di ciò che la circonda, ma avverte la società in maniera distorta, e non riesce a comprendere i comportamenti dei personaggi che incontra e che, dal suo punto di vista, sembrano assurdi. L’incredibile disagio interiore che ne scaturisce la porteranno a desiderare di tornare in schiavitù, sì soggiogata dai vecchi fili, ma inconsapevole e incosciente degli orrori che la circondano. La filosofia pessimista che ruota attorno a questa fiaba è cara a diversi gruppi del passato, Death/Control Denied su tutti, ma in questo caso viene presentata in maniera inedita abbracciando il filone folk e melodic death metal, assimilabile a realtà di spicco quali Fintroll, Kalmah e Mors Principium Est.

Prima di parlare dell’aspetto musicale in senso stretto, è importante sottolineare quanto la storia sia un elemento importante da cui partire, in quanto la drammaticità degli eventi narrati si percepisce in ogni canzone, ed il sound risulta triste, teatralmente tragico e spesso angosciante. Non troverete quindi “tupa-tupa danzerecci” fini a se stessi come da tradizione folk-metal, ma al contrario anche i passaggi più “divertenti” dal punto di vista strumentale, risultano nel complesso amari e opprimenti.

Non è facile descrivere l’album tramite un track-by-track, in quanto i pezzi sono tutti legati da un filo conduttore, e i rimandi da una canzone all’altra non si sprecano. Vocals brutali sono sostenute da trame ben studiate e da una sezione ritmica essenziale ma sempre molto spinta e precisa. Le chitarre sono protagoniste di una prova magistrale, sia in fase solistica che accompagnatoria; infine la presenza di numerosi cori aiuta a fornire a ciascun pezzo una propria identità. Le orchestrazioni sono onnipresenti, e si sposano alla perfezione con tutto il resto, grazie anche ad una produzione di altissimi livelli che bilancia gli equilibri in maniera sopraffina. È impossibile riconoscere tutti gli strumenti d’accompagnamento (organo, ottoni, archi, fiati, percussioni e chi più ne ha più ne metta), ma ogni pezzo del puzzle è al proprio posto e non si ha mai la sensazione del “troppo che stroppia”. Il barocchismo c’è (d’altronde siamo a teatro!) ma è calcolato, e finalizzato a mantenere alta la tensione dall’inizio alla fine, schivando quindi il rischio di ottenere un’opera tronfia e troppo pesante. Nell’insieme c’è parecchia varietà ma allo stesso tempo compattezza nell’approccio, ed i nostri, in fase di songwriting, non hanno mai perso la bussola mostrando un affiatamento comune a pochi.

Questo è un lavoro ricco di sfumature e ha come unico “difetto” la non immediatezza della proposta, in quanto per essere capito deve essere ascoltato più e più volte con un po’ di concentrazione e pazienza. Se l’obbiettivo è intrattenere, ma allo stesso tempo fornire all’ascoltatore qualche spunto di riflessione, c’è da dire che i Macaria hanno fatto goal.

 

 

Sorma

90/100