“Anche nel guscio, la perla divien schiava della corrente”. Questa citazione videoludica esprime chiaramente il concetto che molte volte (non sempre per fortuna) per quanto si cerchi di costruire una propria identità, essa finisca travolta da, in questo caso musicalmente parlando, dalla appunto corrente in cui ci si trova a navigare. Mettersi in gioco denota sicuramente di possedere gli attributi, ma non basta se non c’è qualcosa d’altro che innalzi la bandiera ai lontani cieli del firmamento. In questo split album intitolato Italian Thrash Relics Vol. 1 bisogna precisare innanzitutto che si tratta di un confronto di due entità, ognuna delle quali presenta una delle prime registrazioni della propria carriera (EP, demo e quant’altro). La volontà di questo progetto è di raccogliere le testimonianze musicali di bands che per diversi motivi non sono riuscite ad imporsi e a “sfondare” nel crudele mondo musicale sparendo dalla scena come dei valorosi eroi morti sul campo di battaglia. I protagonisti sono quindi i Desmodus (che significa vampiro in latino), attivi fin dal lontano 1989, anno di nascita della band. Il gruppo è sempre stato minato da numerosi cambi di lineup, ma che comunque riesce a pubblicare una DEMO intitolata Human Wreck, datata 1992, qui presentata per intero. L’altra band si chiama Furious Barking, originaria di Ascoli Piceno, nata nel 1988, che successivamente nel 1990 dà vita alla prima DEMO, a nome De-Industrialized (riproposta in questa raccolta). Due anni più tardi uscirà una seconda DEMO chiamata Theory of Diversity che successivamente si trasformerà (ma solo nel 2008) nel primo vero debutto discografico omonimo. Ma la band si erà già sciolta nel frattempo (1993). Si arriva appunto nel 2016 e questo primo episodio a sfondo techno-thrash metal vuole essere la prima pietra che andrà a comporre un enorme muraglia dei ricordi che non dovrebbero mai essere dimenticati. 

 

I pezzi presenti nel CD rispecchiano chiaramente quella che era l’idea di base. Creare un sound, ma che in questo caso, sotterra la personalità quasi per intero. Le influenze infatti si sentono fin troppo e non si cerca in nessun modo di nasconderle o quantomeno di di fonderle con le proprie idee. Tutto viene messo in ombra dai mostri sacri che ovviamente sono stati importanti per i musicisti in questione, ma in casi come questi, piange il cuore sentire canzoni davvero fin troppo simili alle leggende del passato.

Tralasciando l’intro l’ascolto del CD è ricco di ostacoli auricolari, ossia ci si ritrova troppo spesso con una sensazione di dejavù. Si può prendere come esempi l’iniziale “W.W.M.O.D”, brano con un coro urlato a pieni polmoni (siamo su scuola Slayer in questo caso) oppure “Neophyte Necessity” (classe Metallica questa volta). Entrambi soffrono di inutili tecnicismi, che seppure conditi da un ottimo lavoro di basso, tendono a smorzare la potenza delle canzoni, inflazionate loro stesse da dei ritornelli troppo piatti.

Sorte simile tocca ad un'altra accoppiata come “Domination” (che nonostante un buon assolo, ricorda troppo il quartetto di Hetfield specie grazie alla interpretazione vocale intrapresa) e “Soldiers (Hill A136)”, canzone molto Sodom-oriented che contiene un chorus tutto sommato incisivo e potenti bordate veloci ma che con il passare dei minuti perde sempre più colpi svanendo come sabbia al vento.

Vi è la presenza di brani troppo poco curati a livello di contenuti (“Human Wreck”, “See the Light”) prediligendo troppo violenza e furia belluina, ma che alla fine dei conti risulta tutto piatto nonostante ottimi spunti a livello di guitar solo. Ci sono però delle buone intuizioni/intenzioni come la riuscita “Euthanasia”, canzone lenta dove stavolta gli elementi del sound sono meglio amalgamati combinando al meglio cattiveria e tecnica assieme a tempi veloci e lenti. Si aggiunge alla precedente “Ipse Dixit”, pezzo strumentale molto tecnico che anche se si dimostra eccessivamente ambizioso (ed una notevole mancanza di groove nella parte iniziale), dalla parte centrale atmosferica fino al finale diretto e convincente tutto fila liscio e deciso. La traccia finale “Everything is Dying” è altrettanto tecnica ma offre poco in quanto a coinvolgimento e la potenza non basta a salvare il sound da un lento ed inesorabile declino che trascina il tutto stancamente al fin troppo tiepido epilogo.

 

E’ encomiabile il lavoro di ripescaggio di gruppi che hanno tentato di inseguire il proprio sogno e solo per questo. Un atto del genera merita i classici 92 minuti di applausi “Fantozziani”. Ma bisogna anche valutare la qualità di ciò che un opera del genere contiene. Le tracce contengono troppe influenze e hanno troppo timore di osare, il che ha finito per affossare le buone ed interessanti derivazioni techno/prog presenti. Attitudine e tecnica c’erano ma purtroppo sono state sviluppate male senza una vera e propria via da seguire. Si spera che un giorno entrambi possano ritrovare la luce e risplendere come meriterebbero.

 

 

Falc.

50/100