Compito ingrato quello di recensire questo Moshcircus dei tedeschi Delirious, combo dedito al thrash di stampo teutonico contaminato da elementi caratteristici di gruppi americani, Testament, Anthrax e Death Angel su tutti. Dopo ben 25 anni sulle scene, i nostri sono giunti al quarto full length. Pur essendo un’autoproduzione, i suoni ed il mastering sono di alto livello, il loro sound è riconoscibile e personale, e mette in risalto ogni strumento, compreso un basso molto potente che inspessisce non di poco i riff, e rende molto caratteristico il loro tiro.

Compito ingrato in quanto il disco presenta molteplici facce: il lavoro è caratterizzato da tantissimi aspetti positivi che purtroppo convivono con alcuni difetti che influiscono in maniera prepotente sul risultato finale. Tali difetti si riscontrano tutti su alcune scelte relative alla parte vocale, ad opera di Markus "Betty" Bednarek. Per dare una certa dinamicità ai pezzi e anche per risultare il più personale possibile, Bednarek riesce a passare con relativa disinvoltura da partiture in stile Tom Angelripper, dove risulta molto divertente e convincente, a momenti alla Chuck Billy dove riesce ad essere molto aggressivo, soprattutto quando accenna il growl. Passa poi da regimi tipici di Joey Belladonna e falsetti alla Tom Araya. Purtroppo è quando si ispira a questi ultimi che il risultato è discutibile: a volte certe soluzioni sono fuori contesto rispetto al pezzo, e risultano molto forzate nell’accostamento col tappeto sonoro della parte strumentale. In molti brani si presentano delle aperture melodiche, e l’intuizione di inserire gang vocals o ritornelli puliti è ottima, ma questi passaggi non vengono interpretati a dovere.

Entrando nel vivo dei pezzi, il disco si apre con un’introduzione festaiola da circo, ma dopo pochi secondo i pagliacci si tramutano in carnefici, con le loro risate mefitiche ed il suono della carne che viene maciullata in pieno stile b-movie. Il pathos c’è, e si parte con “Drowning in your blood”, brano che si apre in maniera molto efficace, con riff molto potenti, sezione ritmica grintosa e cantato aggressivo al punto giusto. Emergono subito le principale influenze: groove alla Testament, unito ad un approccio marcio alla Sodom. Si prosegue con un assolo scippato ad Alex Skolnick e si chiude persino con un coretto che sembra uscito da “The Gathering”. Stonano i due urli in falsetto, assolutamente fuori contesto verso gli 0:45 e 1:50, ma che sono solo un piccolo antipasto delle cadute di stile che si avranno nei pezzi successivi.

“I can't resist” si apre con un riff sbilenco che introduce un pezzo tirato e che richiama i Destruction più maligni. La tensione viene smorzata verso il minuto, quando si presenta una gang vocal: l’idea è originale ma la sua realizzazione non è efficace, purtroppo la sovrapposizione di più voci risulta dissonante e fastidiosa. Anche gli acuti presenti poco dopo non sono il massimo, ma la delusione arriva col ritornello, verso il minuto e mezzo. È apprezzabile la scelta di introdurre un po’ di melodia, ma la poca precisione nell’esecuzione fanno emergere un “effetto lagna” imperdonabile. Un assolo di chitarra molto ispirato non risolleva le sorti del pezzo, in quanto la riproposizione del ritornello più volte nei minuti successivi fa dimenticare quanto di buono sentito fino adesso.

Si ritorna su binari più tradizionali e godibili con “Toxic trace” dove il marciume dei Sodom si unisce ad una linea vocale molto aggressiva, bassa ed assolutamente azzeccata. L’apertura melodica centrale, impreziosita da un assolo molto ispirato, è da pollice alzato. Segue la titletrack, che introducendo aspetti marziali e quasi epici, fa prendere al disco una nuova direzione. Basso incalzante e ritmi che rimandano addirittura a certi Kreator si alternano a momenti anthem perfetti per essere proposti dal vivo. Anche in questo caso l’assolo centrale è notevole. “Moshcircus” è sicuramente una delle tracce meglio riuscite dell’album.  Si passa alla successiva “The neverending rain, che si apre con un incidere quasi esotico, che riprende quel tocco di originalità presente nella traccia precedente ma che purtroppo ripresenta i problemi sentiti all’inizio, ovvero voce pulita e acuta poco apprezzabile ed un ritornello verso il secondo minuto, veramente insopportabile. Peccato perché al netto delle voci questo ritornello è veramente da paura, ed invece sembra cantato dai chipmunks. E anche lo stacco centrale, con certi vocalizzi che scimmiottano certo power thrash americano alla Nevermore, sono davvero fuori luogo.

Purtroppo la tracklist seguente rimane su queste corde, ed in certi momenti la voglia di skippare al pezzo successivo è forte. Peccato, perché l’attenzione e la tensione rimangono alte fino a quando non arrivano voce pulita e falsetti. 

Menzione a parte la merita il pezzo posto in chiusura intitolato H.M.M.I.G, che si ripropone di essere un vero e proprio inno all’heavy metal, un cavallo di battaglia da cantare a squarciagola, band e pubblico insieme, birre alla mano e corna alzate. L’indole è festaiola e fa molto “fratelli metallari”, spirito che, ahinoi, si sta un po’ perdendo qui in Italia. Anche in questo caso si ripresentano i problemi descritti in precedenza, ma essendo il pezzo diverso dagli altri, molto divertente e quasi una “bonus track” su una durata totale dell’album che supera i 50 minuti, mi sento di perdonare la vena trash (scritto volutamente senz’h) che ne è la sua caratteristica. 

Per poter tirare le somme bisogna essere obbiettivi. Ho trovato in rete parecchie lodi per questo lavoro, quasi fosse una “new sensation” del thrash metal europeo; qualcuno ha descritto il cantante come “unico”, “dinamico” e “affamato”. Tutte e tre gli aggettivi gli si addicono, e, pur apprezzando questa voglia di esplorare territori nuovi a tutti i costi, con l’obbiettivo di avere una personalità forte e riconoscibile, in fase di song writing bisogna essere obiettivi, e fare delle scelte, magari anche sofferte, scartando quello che non funziona. Una delle doti comune a tanti Artisti (scritto con la A maiuscola) non è la capacità di saper fare tutto ciò che hanno in testa, ma capire cosa può essere fatto al meglio delle proprie capacità ed eliminare il superfluo.

Dovendo tirare le somme, bisogna fare una media tra tutti gli aspetti presi in esame, ovvero tra la parte strumentale, la produzione, la dinamica, gli arrangiamenti, il songwriting, la capacità di coinvolgimento e la tanto discussa parte vocale. La sufficienza c’è, ma da un gruppo che è sulla scena da 25 anni ci si aspetta un approccio differente, e la capacità di fare autocritica. Lo dico con rammarico perché questi ragazzi ci sanno fare, hanno ottima tecnica, buone idee e avrebbero le carte in regola per candidarsi come eredi dei big four teutonici (Sodom, Kreator, Destruction e Tankard), se solo riuscissero in maniera oggettiva a selezionare ciò che è buono da ciò che non lo è. 

 

 

 

Sorma

62/100