Diciamoci la verità, un monicker come “Gonoreas” non è molto stuzzicante, e forse rimanda più a gruppi grind e simili, piuttosto che ad una band come questa che mi appresto a recensire, dedita ad un heavy metal classico con venature power e speed. Anche l’artwork dell’album che ho sottomano, a tinte cyber, è fuorviante, e non rispecchia per niente il contenuto musicale del dischetto, e tantomeno i componenti del gruppo, che si presentano come dei metallari tradizionali a tutti gli effetti, chiodo e capelloni compresi. Non avendo a disposizione nemmeno le liriche, la ricerca di un legame in tal senso è impossibile. A questo punto concentriamoci sulla musica, senza ulteriori indugi. 

Il quartetto, originario della Svizzera, arriva al quinto full length con questo “Destructive Ways”. Dopo venti anni sulla scena questa volta i nostri hanno deciso di giocarsi il tutto e per tutto, confezionando un prodotto molto competitivo da tutti i punti di vista, soprattutto in un periodo dove le uscite discografiche di rilievo in ambito classic e power si contano sulle dita di una mano.

Il background del gruppo è da ricercarsi nei capisaldi del genere, Judas Priest e Iron Maiden in primis, ma anche Iced Earth e Nevermore, strizzando quindi l’occhio alla scuola americana, grazie ad un riffing molto roccioso e a delle ritmiche molto sostenute e potenti.

Il disco si apre con una breve intro di chitarra pulita, che ben presto lascia il posto ad una “Rebellion Against The Obsessor”, che si apre col falsetto cattivissimo di un Leandro Pacheco veramente in palla, e ci riporta con piacere ai tempi di “Painkiller”. Vocals e chitarre affilatissime ci conducono per tutti i 4 minuti della song, sostenuta a sua volta da ritmiche terremotanti e passaggi al fulmicotone. La più ragionata title-track richiama gli Iron Maiden, e sembra uscita direttamente da “Brave New World”. Il coretto posto in chiusura è da corna alzate perché riesce davvero a coinvolgere. La successiva “Viking” richiama ancora la vergine di ferro, ma introduce alcuni elementi inediti fino a questo momento, ovvero un maggiore groove per quanto riguarda la parte strumentale, e la presenza di alcuni passaggi che richiamano la frangia più epica del genere: è come se Bruce Dickinson avesse fatto una collaborazione con Jon Schaffer giusto per rendere l’idea.

Le prime tre song sono a mio avviso le migliori del lotto, e non a caso sono state poste in apertura. Le tracce successive continuano su questi regimi, mescolando più e più volte gli elementi sopra descritti ma attenzione, non è un mero copia-incolla, infatti gli arrangiamenti e le soluzioni adottate sono curate nei minimi dettagli. L’unica deviazione si riscontra in “Wizards” dove compare qualche influenza rock più vicina questa volta al Dickinson solista, ma si tratta comunque di sfumature. Cavalcate su cavalcate si arriva alla chiusura, affidata ad un’altra traccia strumentale di chitarra pulita, che, richiamando l’intro, chiude così il cerchio.

I brani rimescolano le carte in tavola più e più volte, e tutti i musicisti sono a proprio agio in ogni momento, Damir Eskic si dimostra un asso della sei corde, ed è convincente sia nelle parti solistiche che nelle parti ritmiche, mai banali. Inoltre va sottolineato come pur dimostrando doti da shredder, non si dilunghi mai in eccessivi virtuosismi, rimanendo sempre sul pezzo. La parte ritmica è precisa e terremotante, e le mitragliate di doppia cassa non si sprecano. Probabilmente Pat Rafaniello al basso e Stefan Hösli alle pelli hanno contribuito non poco col loro stile a rendere così effervescente l’insieme. Leandro Pacheco è veramente convincente, passa con disinvoltura da note altissime degne di un Halford dei bei tempi, a partiture più gravi, dimostrando tanto carisma che sicuramente può fare la differenza in questo genere così inflazionato. E per l’appunto non è facile dire la propria in un genere dove probabilmente è già stato detto tutto o quasi, ma i Gonoreas sicuramente faranno la felicità di chi è in astinenza di certe sonorità, o di quella frangia di metallari che considera le ultime uscite discografiche dei big delle mere operazioni commerciali di dubbia qualità, volte a dare un contentino ai fan, e a rimpinguare le tasche delle case discografiche. Questi svizzeri invece si propongono in maniera genuina, e “Destructive Ways” risulta molto piacevole e divertente.

 

 

Sorma

85/100