Gli Excruciation hanno una storia alquanto particolare: nati nel 1984 a Zurigo, hanno iniziato la loro carriera pubblicando 6 demo e un EP in 6 anni, prima di concludere la prima parte della loro storia nel 1991 con una sorta di Best Of. Solo nel 2005 la band ritorna all’opera riuscendo poi a pubblicare il primo full-lenght nel 2007, anticipato da due EP e un live album. Negli anni a seguire la band elvetica ci regala altre release minori e due album veri e propri, fino ad arrivare a quest’anno, più precisamente il 15 aprile 2016: in questo giorno viene rilasciato “[c]rust”,  il loro quarto full-lenght (e terzo con la particolarità della parentesi quadra del titolo). Gli Excruciation (organico: Eugenio Meccariello - Voce; Marcel Bosshart - chitarra ; D.D. Lowinger - Basso; Andy Renggli - batteria; Hannes Reitze – Chitarra e Theremin) non si smentiscono e ci regalano un disco caratterizzato da un metal che spazia tra doom, death e un po’ di thrash. 

La prima canzone è “Judas’ Kiss” e inizia con una classica schitarrata, alla quale si aggiungono batteria e un basso bello sonoro. Il cantato di Meccariello è aggressivo al punto giusto e impegnato in una metrica semplice ma accattivante. Purtroppo, invece, la parte strumentale varia solo dopo due minuti e mezzo, rischiando di rendere monotono il brano. Piacevole, nella sua semplicità, l’assolo di chitarra ai tre minuti e mezzo.

“Disgrace” parte con una melodia di chitarra che fa ricordare vagamente il Medio Oriente. Ritmica semplice (niente doppio pedale per la batteria) che per questa introduzione è la cosa più adatta. La voce inizia solo a due minuti e 15 con una specie di parlato leggermente cantilenato. L’atmosfera si fa più “pesante”, per poi incupirsi maggiormente verso il ritornello, quando la cattiveria del cantato aumenta sensibilmente. Questa traccia è tutto un crescendo, in quanto batteria e basso pestano ben di più verso fine brano. Bella l’idea della dissolvenza del suono alla fine.

Terza traccia, “Olympus Mons”: inizio lento e cupo, con la melodia di chitarra lenta e quasi dolce e una batteria dal suono quasi sfumato. La voce entra in scena lanciandoci addosso un senso di disperazione (in certi punti sembra Meccariello sembra sull’orlo del pianto). Il basso non fa niente di particolare, ma crea un tappeto sonoro degno di nota. Nel suo genere, questo brano potrebbe essere paragonato a ciò che rappresenta una ballad nel power metal. 

Con “Lutheran Psams” arriviamo a metà release: la canzone parte subito più energica e veloce rispetto alla precedente e il cantato entra in scena molto prima e con un certo vigore. Veramente piacevole il tappeto sonoro della sezione ritmica. Drastica la conclusione.

Aggiriamo la boa e arriviamo al quinto brano, dal titolo molto fascinoso “The Scent of the Dead”: breve entrata affidata alle percussioni che lasciano il posto, poi, ad una melodia fatta di note lunghe e un cantato grave. Il ritornello è più ritmato, ma il brano emana comunque un senso di angoscia dall’inizio alla fine. 

Al numero sei troviamo “Borderline”, che inizia con trenta secondi nei quali tutti gli strumenti viaggiano all’unisono. Il cantato, molto più grintoso, fa la sua apparizione dopo 90 secondi. Finalmente il basso si avverte in tutta la sua potenza. Con i quei 3 minuti e 35 secondi, è la canzone più breve del disco.

Ritorniamo oltre i cinque minuti con “Days of Chaos”, che inizia al suono di una chitarra ben distorta e una batteria che suona molto essenziale. Il brano non ha picchi particolari, ma fila piuttosto liscio per tutta la sua durata. Bella la conclusione.

Siamo giunti all’ultima traccia di questo album, che si intitola “Glorious Times”: il titolo farebbe pensare ad una canzone movimentata, ma invece ci troviamo di fronte a qualcosa di ritmicamente molto meno spinto. A farla da padrone, comunque, sono il basso e i colpi di cassa, particolarmente pesanti. 

Che dire, “[c]rust” è un album piacevole all’ascolto, non c’è che dire, ma pecca in originalità: troppo spesso la melodia della parte vocale non è supportata a dovere dalla parte strumentale, che risulta quasi monotona in alcune canzoni. Per intenderci, le chitarre spesso portano avanti lo stesso accordo dall’inizio alla fine, variando di poco nei ritornelli e in qualche assolo. Il disco è abbastanza semplice da ascoltare e si riesce ad arrivare tranquillamente alla fine senza correre mai il rischio di volere tirarlo giù dallo stereo e, volendo, anche riascoltarlo: questo particolare lo salva.

 

 

Robin Bagnolati

70/100