Ciao a tutti, è giunto il momento di parlare di una band italiana, più precisamente di Cagliari: i Lightless Moor, gruppo gothic metal nato nel 2005 da un’idea di Ilaria Falchi e dalla sua voglia di creare una band che fosse in grado di ripercorrere le vecchie produzioni delle band del suo background musicale, riuscendo però a creare riff  e accordi rivisitati in chiave personale, uniti a melodie dolci e romantiche. Insomma, canzoni dove parole e musica potessero giocare a “gli opposti che si attraggono”. I primi anni sono stati caratterizzati da molti live e parecchi cambi di formazione. Nel 2006 esce il primo EP autoprodotto “Renewal”, al quale succederà il primo full lenght “Crying my Grief to a fleeble dawn – The Poem”, un concept album che gira attorno ad arte, amore, pazzia, paura, sacrificio e morte. Gli ottimi riscontri di pubblico e critica li porteranno a firmare per la Wormholedeath Records.

Ora passiamo a parlare dell’ultimo loro lavoro in studio, uscito il 9 giugno 2016: “Hymn for the fallen”. La band è formata da Ilaria Falchi alla voce, Federico Mura chitarra e voce, Alberto Mannicci Pacini alla chitarra, Giuseppe Siddi al basso, Edoardo Fanni alle tastiere e Stefano Spanu alla batteria.

“Fairytales of Lies”: le tastiere la fanno subito da padrone, svettando sopra ad un riff lento di chitarra e alla batteria. Il tutto si placa al principiare del cantato, molto dolce rispetto alla musica… fino all’arrivo del growl di Mura. Un contrasto che difficilmente guasta. Ci sono diversi cambi ritmici durante questo brano, che però non vede sfruttare al massimo le chitarre per la parte melodica, tranne in un paio di momenti. Bello il leggero crescendo finale, prima della conclusione soft, con una chitarra quasi ambient.

“Deadly Sin”: Inizio basso-cassa-effetti spettrali che prelude una melodia che richiama alla mente scene cinematografiche in castelli infestati di fantasmi. Bello il botta e risposta tra Ilaria e il growl di Mura, le cui voci si uniscono in un clean all’unisono nel ritornello. Sotto alle voci si crea un muro sonoro, che si interrompe solo per l’entrata in scena delle tastiere. Bel solo di chitarra poco dopo la metà canzone. Purtroppo nei ritornelli sembra di notare delle leggere indecisioni tra i due cantanti, che vengono però risolte immediatamente.

“The Unlocked Door to the Other World”: tastiere al limite della techno, colpi isolate di batteria in sottofondo. Solo dopo un minute ci si rende di nuovo conto di ascoltare un cd metal. La scena del cantato e interamente a pannaggio della voce femminile, che lascia trasparire una certa sicurezza nei proprio mezzi. Nota di merito per il solo di chitarra, che qui sembra veramente suonato di stomaco, e per il tappeto ritmico, semplice ma incisivo. Buon brano.

“The Rain that clears my Sins away”: ovviamente l’introduzione è lasciata alla pioggia, accompagnata da una chitarra leggera. Finalmente il basso inizia a farsi sentire pienamente, risultando parte integrante della melodia. Impressionante il ritornello, nel cui la comparsa del growl è supportata da un tappeto sonoro pieno e corposo di basso e batteria. Dopo tre buone canzoni, questo brano rappresenta una vera e propria scossa. Quasi 5 minuti veramente energici, anche se a ritmi non forsennati.

“Qualcosa Vive Attraverso”: unica canzone dal titolo in italiano, che inizia con un giro di chitarra quasi classico per poi buttarsi su sonorità più metal, con il testo ancora in inglese. Nel ritornello l’atmosfera si fa leggermente più epica, supportata da un doppio pedale incalzante della batteria di Scanu. Purtroppo, dopo l’exploit del brano precedente, il basso torna ad essere meno udibile, salvo in un paio di punti… Come il titolo suggerisce, parte del testo è in italiano.

“The Greatest Lie”: chitarre energiche da subito, batteria e basso aggressivi… che di colpo lasciano spazio al dolce cantato di Ilaria Falchi. Ma presto tutto torna a sonorità più cariche, con una vena più aggressiva anche nel cantato. Molto suggestivo quando entra in campo la voce clean maschile, quasi sussurrata, che duetta con i vocalizzi lirici della parte femminile. Ma c’è l’ennesimo cambio di ritmo  e il growl ci coglie di sorpresa insieme ad un discreto muro sonoro.

“When My Mind Sleeps” apre la seconda metà della release. L’intro suona molto da ballad hard rock, fino all’arrivo della voce di Ilaria, accompagnata prima solo dalle tastiere, seguite a loro volta da batteria e chitarre distorte. Bella la melodia ariosa che si apre a circa metà canzone. La stessa melodia successivamente cede il passo a note più cupe. Il ritmo resta lento fino alla conclusione, quando ritorna la melodia ariosa ascoltata in precedenza.

Passiamo all’ottava “King with the Sulphur Crown”. Introduzione acustica molto soft, alla quale si aggiunge il cantata maschile clean. L’atmosfera è molto rilassata fino all’ingresso della voce femminile, che regala maggior pathos alle orecchie dell’ascoltatore. Le chitarre distorte, seppur solamente con note lunghe, compaiono nel ritornello, per enfatizzare il momento. Oltre la metà della canzone compare il growl e l’energia aumenta di colpo, per poi tornare alla ritmica da ballad che accompagna verso il finale.

“In Death She Comes”, titolo non molto rassicurante per la nona traccia. Intro di tastiere molto dolce, come anche l’ingresso della voce femminile. Finalmente torna prepotente il basso, che ha un ruolo fondamentale, riuscendo a mantenere l’idea cupa della melodia. Suggestiva la doppia voce femminile. Da brividi il duetto clean uomo-donna. Azzeccata la parte in growl.

“A Dream Written in the Sand” riporta in alto i ritmi e parte subito con una certa carica. Basso ancora ben presente, batteria registrata piuttosto alta: un tappeto sonoro che quasi copre le chitarre. Il brano alterna momenti lenti a momenti ben più energici e la cantante si presenta quasi sempre con un cantato non lirico e ci dimostra di essere brava in entrambi gli stili. Finalmente questa canzone ci regala un momento “sinfonico”, con il suono di alcuni strumenti ad arco prima del finale, lento ma potente e aperto.

“The Cascade and the Shadow” ci fa avvicinare alla fine del disco. Inizio acustico, poi batteria e tastiere si inseriscono prepotentemente. Torna il cantato lirico insieme al growl. Le tastiere conferiscono una vena spettrale al brano, che lascia tutta la parte melodica alle voci, relegando lo strumentale al ruolo di semplice accompagnamento per la prima parte della canzone. Davvero piacevole il riff di basso nella sua semplicità, che verso metà canzone si unisce ad alcuni vocalizzi femminili. Il rientro in scena del growl porta una sferzata di potenza alla canzone. Si tratta di uno dei brani più lunghi di questo album.

Con “Deviances” arriviamo alla conclusione, ultima delle 12 canzoni di questa fatica discografica. Questo è il brano più breve di tutti e si apre lentamente con basso e chitarra acustica. Colpi di cassa e le tastiere anticipano la voce di Ilaria. Il brano si presenta con un’atmosfera molto riflessiva. Dalla metà la melodia si fa molto più ariosa, senza però perdere la vena precedente. Un finale inaspettato per l’album. Sicuramente il brano più suggestivo.

“Hymn For The Fallen” nel complesso è un buon album, anche se manca di quel tocco in più di originalità per farlo diventare un ottimo lavoro. Sicuramente sarà molto apprezzato dagli estimatori del genere, leggermente meno da chi lo mastica di meno. Una cosa è sicura: il disco scorre fluido dall’inizio alla fine, il che non guasta mai. Il potenziale per il salto di qualità c’è.

 

 

Robin Bagnolati

73/100