17 LUGLIO 2017

I Blackest si formano a Birmingham, Alabama nel 2012, la Line up è composta da Seiðr alla voce e Bryan Arant agli strumenti, a due anni dalla formazione incidono il singolo “As the Sun Sets”. Nel 2016 vincono lo split “ Portrait of Blood” insieme a “Blood and Brutality / Passion of Death / Avavago”. Nel 2017 incidono il loro Full-length “Dawning of the Black” per la “Blood and Brutality Records”. Si tratta di un album black sperimentale con influenze trash, death , stoner,  melodic e  groove  che vanno a comporre il sound caratteristico di questo duo dell’Alabama. L' album a un primo ascolto si rivela piatto, le influenze vengono amalgamate benino dai diversi brani che compongono il full-lenght. 

L' album è costituito da sei tracce e la durata complessiva dell’ascolto é di circa 33 minuti.

In copertina troviamo un demone simile a un Bafometto reggente una sfera e ai suoi piedi dei teschi animali, per un artwork piuttosto tetro con il bianco e il nero come toni preponderanti, forse indicati per esprimere gli stessi toni del lavoro a livello musicale. 

L'album si apre con la title track “The Dawning of the Black”: è una canzone interamente strumentale, intro di synth e batteria con la chitarra a far capolino dapprima sullo sfondo per poi passare in primo piano immediatamente dopo, il riff monolitico composto da poche note viene ripetuto per tutta la durata dell’intro. Il giro di batteria anch’esso composto da pochi scambi sorregge tutta la struttura. Il synth accompagna l'ascoltatore verso il finale della canzone.

Sì prosegue con “Mortal Curse”: brano senza intro in cui la batteria viene subito sparata nelle orecchie  insieme agli altri strumenti, il growl cantato da Seiðr è leggero, quasi death, il ritmo rallenta leggermente rispetto all’inizio e i passaggi sono più tecnici, la chitarra ora è ben distinguibile rispetto agli altri strumenti così come anche la batteria, la velocità aumenta, la chitarra pulita e in arpeggio ci portano verso il finale.

La terza traccia è “As the Sun Sets”: Intro di batteria e chitarra distorta, a un ritmo abbastanza lento, pochi secondi e la velocità aumenta leggermente, la voce del cantante viene ben amalgamata alla base strumentale, anche in questa canzone la tecnica è tangibile. Si assiste a un aumento di ritmo, il cantante spinge sempre di più il suo growl. Il finale è del tutto strumentale.

La seconda parte dell’album si apre con “Never to Return”: intro di chitarra e batteria, entra subito il cantato il ritmo è costante e la velocità e media di sottofondo si sente un riff di chitarra leggermente distorta. La struttura della canzone si regge con passaggi tecnici e mirati.

Un cambio di ritmo lo si sente circa a metà canzone, il riff di chitarra spezza un po' il ritmo ma giungendo al ritornello si assiste all’ingresso dell’arpeggio e il feedback che conclude la canzone.

La penultima traccia, la più lunga dell’album con i suoi 11 minuti, porta il titolo di “Remembrance” seconda e ultima canzone strumentale: intro di organo e synth, giro ripetitivo e l'ascoltatore prova una specie di angoscia e malinconia data la lentezza che pervade la traccia. Il ritmo viene spezzato con l' ingresso della batteria e della chitarra, la velocità rimane abbastanza bassa. La velocità aumenta poi di poco, il riff iniziale viene sostituito con passaggi e rallentamenti molto tecnici e il bridge quasi progressive. La tecnica la fa da padrona in tutta la canzone, un assolo a chitarra pulita, e tutti agli altri strumenti ben amalgamati. Circa a metà canzone si sente un arpeggio che spezza il ritmo di tutto quanto ascoltato prima. Poi la batteria rientra e l’arpeggio si trasforma in un assolo. Viene ripreso il riff e il ritmo della prima metà del brano, un aumento di velocità lo abbiamo verso la parte finale, il riff rimane il medesimo in tutta la canzone.

Il lavoro si chiude con “The Rise of Ashes”: canzone velocissima senza intro, la batteria e gli altri strumenti tirati al massimo, la voce del cantante entra prepotente. Un rallentamento di ritmo si sente verso il ritornello un bridge di chitarra che si trasforma subito in assolo, dopo la velocità ritorna quella iniziale. I blast beat si sentono benissimo. Il successivo aumento di ritmo viene interrotto da un breve giro di piano verso il finale.

Dawning of the Black dopo l’ascolto lascia un vuoto (ma non in senso nostalgico). E' un album piatto, con troppe parti sperimentali. Mischia così tanti generi diversi che trovarvi una qualsiasi identità risulta impossibile. Non si capisce dove il duo voglia "andare a parare". I segmenti più lenti tendono ad addolcire quelli death e trash. Il black non si sente quasi per nulla. Sembra di ascoltare un album post black con influenze moderne e elettroniche. Questo disco si rivela dunque un album vuoto, senza passione, unica cosa positiva è la registrazione pulita e il mixaggio, praticamente perfetto.


Daniele Blandino 

40/100