17 SETTEMBRE 2017

È il 2016. Un giovane bassista di nome Simon Pfundstein vuole realizzare il proprio sogno di onorare il “true metal” delle sue band preferite, Iced Earth, Manowar, Judas Priest, producendo un disco solistico chiaramente improntato sulle linee inaugurate dai suddetti gruppi. Simon nasce bassista, convoca quindi un batterista, Raphael Saini, già batterista degli Iced Earth di Plagues of Babylon. Studia chitarra e canto per registrare entrambe le parti delle otto canzoni da lui stesso scritte. I tempi sono maturi per The Fire of Immortality, primo full-lengh dei Bloody Times. 

I progetti del giovane bassista, però, non si fermano. Nel 2017 si unisce a lui la voce degli Iced Earth di Night of the Stormrider, John Greely. I due si riuniscono in studio per registrare una manciata di brani che Simon ha composto. Due di essi comporranno la setlist ufficiale del singolo Destructive Singles, altri due si configureranno come le bonus track esclusive per l’edizione fisica del prodotto. È proprio di questo lavoro che oggi tratteremo. 

L’atmosfera della guerra, dei cupi e violenti spari su un campo di battaglia, introduce il primo pezzo, dall’emblematico titolo di Conflict - Introduction to War. La composizione riporta un riff di base, ripetuto per l’intero brano, ad eccezione di una piccola parte. Le sezioni vocali sono ridotte al minimo, lasciano spazio a parti strumentali, suonate dallo stesso Simon. La situazione è piacevole, ma, se analizzata più nel dettaglio diventa quasi surreale: è la voce ad essere lo “special guest”, l’aggiunta alla canzone, che probabilmente si reggerebbe sui suoi piedi anche orfana di sezioni cantate. Purtroppo, resta una falla di fondo, il fatto che Introduction to War si muova quasi esclusivamente su un solo riff, fortunatamente orecchiabile, quindi mai stancante. Simon si è salvato “in calcio d’angolo”, ricorrendo alle sue doti musicali e compositive, oltre che alla sua conoscenza del genere, che gli ha permesso di comporre un brano strumentalmente efficace seppur semplice e pericolosamente ripetitivo. 

Pursuit of Destruction si apre sula stessa linea su cui si era chiuso il pezzo precedente. Questa seconda traccia, quindi, si presenta come una canzone incalzante, veloce e potente, capace di invocare i più coinvolgenti headbanging. Pursuit of Destruction, dall’imponente durata di 7:59 minuti, è facilmente scomponibile in più parti, che tra loro si richiamano come in un chiasmo o delle rime incrociate. La prima di esse, come si è detto, è una potente introduzione, che sfocia in un momento più melodico, quasi ballad, accompagnata dalla voce, che, come in precedenza, funge da strumento di fondo, con il semplice compito di arricchire quanto realizzato da Simon. A questo punto, parti più violente si intersecano con altre più melodiche, talvolta pulite, talaltra distorte, in un miscuglio che tenta di mettere in risalto tutti gli strumenti, in particolare il basso, “piatto forte” della casa. Ecco giustificata la lunga durata del brano, che si chiude con un momento più lento, in cui, per la prima volta, è John Greely a farla da padrone, accompagnato da una sola chitarra. Pursuit of Destruction è palesemente il progetto più ambizioso del disco: un brano lungo, scritto da una sola persona, dove la parte strumentale domina, ma che non deve rischiare di cadere nel noioso e nell’anonimato. Ebbene, obiettivo raggiunto: tanto di cappello per Simon Pfundstein!

Nella versione fisica del disco, infine, seguono due bonus track. la prima, su cui non ci soffermeremo, è la versione interamente strumentale di Conflict, la traccia di apertura, mentre la seconda è un inedito. 

Day of the Collapse viene introdotta da una cavalcata di basso e batteria, a cui pian piano si aggiungono chitarra e voce. Il ritmo resta incalzante per tutto il pezzo, a cui fanno capolino anche degli accenni di cori e un assolo di chitarra. L’atmosfera del pezzo è quella tipica di un demo, facilmente rintracciabile in alcuni, significativi momenti di “vuoto”, dove la registrazione, evidentemente tagliata, effettua una sorta di salto, su cui non si è lavorato per bene in fase di mix e mastering. 

Destructive Singles è la voce che dà seguito ai sogni di un ragazzo di onorare i suoi musicisti preferiti e chi scrive non può esimersi da questo aspetto per giudicare il disco. Tuttavia, dal punto di vista prettamente tecnico, non presenta particolari innovazioni al filone a cui si lega. Il tentativo è certamente ambizioso, ma, per quanto Simon possa essere (senza dubbio!) un musicista di ottimo livello, non presenta qui le armi adatte per dar seguito, almeno per ora, ad un tale progetto. Però, se già ha dimostrato di poter imparare a suonare nuovi strumenti, allo stesso modo ha in sé le potenzialità per accrescere le sue conoscenze e le sue doti, tanto più visto il fatto che da solo è riuscito a comporre un intero album e questo nuovo singolo.

Insomma, Destructive Singles non è il masterpiece a cui Simon può aspirare, ma è sicuramente la dimostrazione che è in grado di crescere ancora e migliorare. In sintesi: è sulla strada giusta. 

 

Claudio Causio

73/100