I tempi stanno cambiando e la musica va di pari passo, seguendo un binario parallelo. Ogni genere musicale è sempre più contaminato da elementi esterni. La prova di tutto ciò, tra i tanti nomi che può avere, si chiama Fall Of Carthage, trio tedesco che arriva il 27 gennaio 2017, al nuovo album (il secondo) chiamato The Longed-For Reckoning. Un disco che ingloba praticamente tutto ciò che rispecchia il metal più moderno, sia esso post-thrash, metalcore, thrash metal e new metal. 

 

Uno dei problemi di base del disco, oltre al numero fin troppo spropositato di tracce (ben 16) è il voler fare ad ogni costo, da ponte tra il classico e il moderno. L’idea di principio non sarebbe male ma ci si ritrova in un contesto sonoro fin troppo forzato, diventando o troppo estremo o troppo “zuccheroso”. La band si ritrova a suo agio nel districarsi tra bordate metalliche serratissime (“Dust And Dirt”) e i breakdown tipici del metalcore, incrociate con il post-thrash metal (“Sick Intentions” oppure la più pesante “Fast Forward”) pregne di vocals che si snodano tra scream, growl, urlato e pulito. 

Ed ovviamente vi è la presenza dei consueti ritornelli melodici, né troppo addolciti ma nemmeno particolarmente incisivi, che fanno riferimento oltre alla scena metalcore, anche a quella prettamente new metal (“Swept To The Edge” oppure They're Alive” che ricorda gli Slipknot). E per non farsi mancare nulla, trovano spazio anche diversi estratti elettronici (a dire il vero decisamente sopra le righe) che però anziché enfatizzare un brano finiscono per essere troppo fuori luogo, basti ascoltare brani tipo “Complete” o “Down Like Honey”. E dulcis in fundo compaiono addirittura dei brani rap (“Whodini Peckawood”) che davvero non si capisce bene cosa centrino in un album di questo tipo. Potrebbe trattarsi di un caso isolato, ma invece anche altri brani presentano influenze atipiche come questa, senza fondersi in maniera convincente. 

Tecnicamente il gruppo dimostra di avere sicuramente padronanza strumentale, ma pecca di una certa arroganza nell’unire mondi troppo differenti. Quando invece punta alla semplicità, saltano fuori canzoni ben fatte come “Bury The Crisis”, un pezzo dal coro contagioso, sicuramente uno tra i più riusciti dell’album oppure anche “Suffer The Pain, dalla linea melodica che rende la traccia subito riconoscibile. Ma i pregi vengono presto compressi da delle cadute di stile, come ad esempio, ballate che finiscono all’improvviso, senza motivi apparenti (“Tapeworms”).

 

Un disco con troppi brani ripetitivi, che cercano maldestramente di legare mondi diversi senza riuscirci come vorrebbero. Si dimostra un lavoro che rischia di allontanare i metalhead più cattivi, sia quelli più legati alla scena moderna. Occasione sprecata. Si vedrà se con il prossimo lavoro, sapranno fare di meglio.

 

 

Falc.

60/100