Nato nel 2010 a Budapest, il progetto Heroic vede cinque musicisti che si mettono all’opera per creare un sound epic/death metal. Pochi anni dopo nel 2014 esce il primo album, Hordes, seguito nel 2016 dal secondo disco Barbár, che si andrà ad analizzare in questa recensione. Come già anticipato le sonorità uniscono atmosfere epiche al death metal tipicamente nordico, creando quindi un prodotto che piacerà principalmente ai fan del viking metal.

 

Dopo l’intro si arriva al secondo brano “The Blacksmith”, sorta di locomotiva che trainerà bene o male tutti gli altri brani. Saltano subito all’orecchio gli Amon Amarth specie nelle vocals in growl/scream aggressive e fiere (anche se in qualche brano spuntano fuori spruzzate vocali alla Primordial) come pure nelle chitarre granitiche e rocciose. La sezione ritmica tutto sommato è valorizzata bene, anche se avrebbe avuto bisogno di suoni migliori, consentendo alle parti evocative di avere più pathos (vengono alla mente anche gli EX DEO). 

Le tracce rimanenti pur risultando ben suonate soffrono pesantemente di una staticità eccessiva e da una dipendenza fin troppo palese nei confronti delle bands ispiratrici. Il gruppo riesce malamente e con molta fatica ad esprimere una volontà propria e ciò che rimane sono canzoni discrete ma senza voglia di osare. Si pensi ad esempio “Your archaic self” che contiene un buon riffing unito ad efficaci cori battaglieri ed interessanti melodie soliste, eppure risulta troppo “già sentito”. Ecco, proprio gli assolo sono uno dei punti positivi dell’album, potenti, incisivi ed intensi (“Impending from the east”) che in qualche modo cercano di tenere vivo l’interesse, spesso latitante nel corso del lavoro. Da segnalare comunque qualche riuscito colpo di coda come l’epica doppietta finale (“Vértől áradó bíborfolyók” e “Bloodswamp”) dove emergono linee melodiche epico/suggestive più accentuate e ben amalgamate al contesto violento e barbaro dell’album. 

                    

Questo disco è solamente per appassionati, fatto da appassionati e ciò è un peccato perché qualche piccolo tocco di interesse ci sarebbe anche stato. Troppe canzoni simili tra di loro e che ripercorrono gli stilemi fin troppo abusati del viking metal, rendono l’opera sterile e poco propensa alla prova del tempo. Si eviti di aspettarsi troppo.

 

 

Falc.

60/100