Dopo due anni di assenza, tornano a farsi sentire i greci Insanity Cult, con questo lavoro che già dal titolo si inserisce nel filone del black metal depressive, quasi citando i Nocturnal Depression di “Soundtrack for a Suicide”.

"Of Despair and Self-Destruction" è un inno ad una natura spoglia e desolata, dove le atmosfere cupe provengono da un grido inespresso dell’anima, sfinita e sola come quel pino in primo piano sulla copertina dell’album, o come gli alberi del logo della band che inermi tendono i loro rami sottili, come scarne braccia protese verso un cielo muto.

 

Il prologo “The light that drowned itself “ è un brano strumentale che lentamente e inesorabilmente fa scivolare l’ascoltatore nelle atmosfere di questa natura silente e gelida, se cercate un sottofondo alla vostra malinconia, qualcosa di non banale e non invadente che faccia da corollario ai vostri pensieri mentre fuori piove, questo è il brano su cui metterete il repeat.

La seconda traccia “Seed of lesser God” lascia che il nichilismo prenda il sopravvento. 

L’uomo, creatura tradita, figlia di un dio minore, essere negletto costretto a calpestare una terra a lui ostile, esprime in questo brano il suo senso di patimento per l’ingiustizia di essere vivo in un modo che non gli appartiene. Lo screaming è pulito, il riff cadenzato crea atmosfere oscure, la voce si alterna screamando in inglese e riecheggiando potente in lingua greca, con suoni che si impongono sinistri e minacciosi come le profezie di un irato dio antico. 

“Now we are wounds” si apre come un continuum del brano precedente, la disperazione diventa ciò che identifica e definisce l’uomo, che straziato dal dolore diviene egli stesso ferita. Lo screaming si fa qui più intenso e le chitarre sostenute interpretano gli elementi sludge e doom che sono ormai preponderanti. 

Nel successivo “IX” le atmosfere risultano essere più pesanti ed avvolgenti; si mantiene tuttavia un aspetto fondamentale e contraddistintivo della band, ovvero la fruibilità, quella sospensione tipica che nonostante l'ispessimento dei riff e degli arrangiamenti risulta ancora imperante. 

Impossibile non sentire il cuore battere al ritmo di questo doppio pedale. Impossibile chiedere alla pelle di non provare brividi con lo screaming che parte dal minuto 3. Emozionante.

Il quinto brano è “Interlude, the Bitter wind of remembrance” che ci riporta ad un’atmosfera strumentale, richiamando il preludio, ma con toni che si sciolgono in pura malinconia estatica e contemplativa, con toni che ammaliano e portano ad abbandonarsi all’ascolto incondizionato del resto della tracklist. Senza saperlo si è appena caduti nella trappola ordita dai Nostri.

“In my abysmal dreams” è la fusione perfetta di perfidia black metal e robustezza sludge-doom, a tratti persino dalle tinte southern, la ritmica è stata ulteriormente affinata e la batteria non perde la sua verve. Questa parte del disco regala il meglio dei due mondi e lo screaming è magistrale e adeguatissimo.

“Birth of Eos”, traccia più lunga dell’album è il cuore pulsante di questo concept: racchiude in sé bellezza e disperazione, come nel mito greco che vuole celebrare; la storia di Eos, dea dell’aurora, costretta per una maledizione di Afrodite a innamorarsi di uomini comuni per poi vederli perire, e condannata a piangere eternamente lacrime fatte di gocce di rugiada è qui narrata in maniera coinvolgente e straziante, dalla prima all’ultima nota ci si sente trasportare in un dolore senza tempo che è quello della divinità che piange.

“Sinister Lights and Manic-Depression” è l’ottava e ultima traccia dell’album, e chiude questo lavoro come un canto del cigno, un grido che dalle lacrime di Eos-Aurora del precedente brano si irradia sulla terra per farsi disperazione cosmica, pessimismo universale, nichilismo non più meditativo ma folle, assoluto, lancinante, incontenibile, disarmante. 

Uno screaming intenso e sentito accompagna le chitarre distorte e il ritmo si impossessa delle vostre facoltà per far entrare il grido. Potente, senza sbavature, senza fronzoli, arriva come una pugnalata al cuore inferta con una lama di ghiaccio. Vi gela da dentro e tutto ciò che volete non è che lasciarvi trafiggere. Fino all’ultimo riff che trascina la nota finale prima di chiudere il sipario.

 

Eccelso. L’underground come non si sentiva da anni. Se amate il black metal non potete non apprezzare questo album e non volerlo portare con voi ovunque. Non c’è che dire, con il suo suono cinico e crepitante il gruppo ritrae in maniera spietata la moderna decadenza, mettendo in piedi un album denso ed espressivo che sublima tutte le intuizioni del disco precedente. 

Un album che funzionerà ovunque, sia in camera che in auto, a trenta all’ora come a centocinquanta.

 

 

Antares

97/100