15 APRILE 2018

I Gigantomachia sono una giovane band, nata nel 2015 ad Alatri, Frosinone, terra antica e mitologica, dominata dalla leggenda ciclopica legata alla tradizione della cultura ellenica più classica. Questa matrice culturale è ciò che funge da ispirazione al lavoro "Atlas" del quintetto laziale.

Articolato in nove brani, Atlas si sviluppa in una chiave melo-death dove la melodia richiama all'epicità dei contenuti.

Sicuramente è un album che dimostra tanta coerenza tra testi e composizione, con alternanza tra parti più crude e dissonanti e passaggi cantabili e trasportanti.

E' facilmente udibile un lavoro approfondito nella stesura dei brani, di certo non casuali nel loro andamento, anche se, per apprezzarlo a pieno, un solo ascolto non risulta sufficiente.

L'apertura del disco è affidata ad un intro maestoso che anticipa l'attacco brutale di "Rise of Cyclop", pezzo parecchio groove con stacchi molto belli ed energici.

Tra i pezzi del disco, quelli che hanno colpito di più lo scrivente sono "Liberate the Titans", brano davvero caratteristico per il sound dei Gigantomachia, dove il groove death e l'approccio melodico si fondono tra loro armonicamente; "Immortal", pezzo degno di nota per il suo sentito arpeggio iniziale; "Atlas", title track del disco e chiave di lettura della band, credo questo possa tranquillamente essere il pezzo più rappresentativo del'album.

Il sound è molto lavorato come i canoni del death più moderno richiedono: la batteria forse è un po' troppo contaminata dall'utilizzo di trigger che tradiscono la naturalezza del suo ascolto, rendendola "sintetica". Poco originale, a mio  modesto parere, è il punto debole dell'album, il suo ruolo si limita ad accompagnare senza dare la giusta personalità che sicuramente avrebbe elevato di gran lunga il mood dei brani proposti.

Sul lavoro delle chitarre c'è poco da dire, molto ben suonate e con un solista notevolmente ispirato, spiccano per la timbrica molto tagliente e mediosa: autentiche sferragliate sulle gengive!

Il basso è un po' relegato a tappeto di sottofondo, non sempre udibile, ma di certo efficace nel suo essere collante: trasportante risulta essere nell'intro di "Atlas", che ribadendo, penso sia il pezzo meglio riuscito.

Le voci risuonano abbondantemente al centro del mix, dominandolo ogni volta che sono presenti, forse anche loro un po' troppo lavorate, ma personalissime nell'interpretazione proposta. Degne di nota sono le seconde voci che donano ambientazioni diverse e crescita di intensità durante l'ascolto dei brani.

"Atlas" è sicuramente un buon disco d'esordio, appunto coerente e, a parte qualche incertezza, risulta avere un discreto ascolto dall'inizio alla fine. 

Getta delle basi credibili sulle quali la band troverà certamente i giusti spunti per una naturale evoluzione e maturità.

 

Tyrannos

70/100