6 MARZO 2019

Until Death Overtakes Me e funeral doom, un binomio che rivive sinfonie luttuose accompagnate da vocalizzi gravi, profondi e rochi.

Il polistrumentista belga Stijn Van Cauter torna con “Missing” un lavoro più lugubre che mai.

Quattro i brani contenuti in questo loro lavoro, quattro pezzi singolarmente interessanti che potrei definire ambient e vorticoso; un vortice orchestrale con un andamento sepolcrale che accresce man mano in oppressione.

Brani che nella loro struttura indolente, riescono ad accarezzare lo spirito, come nell’opener “Never Found” o in “Never Lived”, che rendono “Missing” più incisivo rispetto ai lavori precedenti con un sound più diretto.

La struttura è sviluppata in  odo tale da riuscire a catture i turbamenti oscuri portandoli in arie funeste fino ad arrivare alla morte stessa, in percorso che suscita una sorte di camino solitario verso essa.

Insomma, nelle quattro tracce, esiste un percorso che suscita quelle emozioni intime che si possono provare nel più oscuro del lato umano, paura compresa. Paura della morte, della solitudine e di quell’imprevedibile destino che accomuna tutti noi.

Brani quasi a formare un dipinto su una tela di note, un’atmosfera avvolgente che in più punti diviene una spirale che inghiotte nelle tenebre.

“Beyond Hope Forgotten” è un altro pezzo che suscita interesse, pur non discostandosi dai brani precedenti, riesce a colpire per una sensibilità più accentuata, più mestizia e più avvincente nel suo essere ariosa ma cupa, luminosa ma oscura, un intrinseco di contrasti che riescono ad avvicendarsi perfettamente nel suo essere oppressiva.

Concludendo, “Missing” è una prova di maturità artistica in cui Stijn Van Cauter mostra ancora una volta, in modo più inciso, il suo percorso artistico e sempre più diretto verso un ambient assillante ed opprimente.

Un disco da assaporare lentamente, per i palati più fini ed estimatori di questo genere.

 

Valeria Campagnale

75/100


 

3 NOVEMBRE 2018

 

Until My Death Overtakes Me è un progetto belga di Funeral Doom Metal, fondato nel 1999 da Stijn van Cauter, un polistrumentista da mille sfaccetature, membro di altri progetti e band rinomate come In Somnis, The Black Void, The NuLLL Collective, The Sad Sun, ecc. Con le sue numerose uscite discografiche ha impressionato i fan di questo genere malinconico ed allo stesso tempo macabro ed intenso con le sue sonorità singolari.  Basta nominare album come “Prelude to Monolith” o “ Days without Hope” e davanti al pubblico si apre un mondo pieno di variabili e di incognite in materia di emozioni e sensazioni. La stessa cosa vale anche per il loro ultimo lavoro, intitolato “Missing”, un disco difficile da assimilare per via dei suoi tempi lenti come il passare delle ere geologiche, per l'atroce staticità degli accordi stratificati e abbassati di svariati toni, per la monoliticità delle tastiere che si lamentano come prigionieri in un carcere sotterraneo, unendosi all'organo ecclesiale per creare atmosfere spiccatamente depressive e catacombali. Brani lunghissimi, che non scorrono e non progrediscono mai, rimanendo di una pesantezza inestinguibile, che fa mancare il fiato già dopo qualche minuto di ascolto continuativo, cioè la musica giusta per accompagnare una giornata grigia e spenta, nella quale la depressione avanza inesorabilmente e si insinua sotto pelle, per ipnotizzare e avvelenare lentamente l'ascoltatore trascinandolo in un limbo dove i pensieri razionali non servono più, e dove si respirano solamente emozioni nere, svuotate di qualsiasi barlume di umanità e solarità. Ognuno dei quattro brani svolgono la loro devastante opera di alienazione psichica, con delle reminiscenze in stile Profetus, Skepticism o Worship, e dei freddi brividi lungo la schiena saranno assicurati.

Certo, non è tutto perfetto in questo album, nonostante il suo intento di trascinarci nelle profondità degli abissi insondati sia lodevole. Perfino nel funeral doom più annichilente, infatti, solitamente c'è sempre una struttura che si sviluppa, un saliscendi di sonorità, una progressione di emozioni, anche se attuata con tempi biblici: qui pare non esserci niente di tutto questo, solo un continuo ripetersi di suoni decadenti e atmosfere lugubri, tastiere eteree e sognanti che però rimangono sempre statiche e immodificabili, mentre le percussioni assomigliano a rintocchi di campane che scandiscono un rituale mortifero, e non aggiungono assolutamente nulla al contesto generale, in termini di varietà e sviluppo. In assenza di variazioni di ritmi, l'attenzione si sposta solo sui suoni, peraltro di qualità piuttosto mediocre: il basso e le chitarre, per esempio, hanno un suono molto scarno, senza troppa profondità. Va un po' meglio il growl che cerca di corrodere dentro le atmosfere incadescenti, accompagnato dal suono delle tastiere, così evidentemente sintetizzato, ma perfettamente conforme allo stile in causa. Una scelta più variata di sonorità ed una produzione migliore avrebbe dato una spinta notevole ad un album come questo, nel quale manca del tutto un songwriting vario e ispirato, che deve appunto essere compensato da altro, per catturare l'attenzione, perchè i brani rischiano di diventare veramente troppo pesanti e monotoni. Solamente la terza traccia, “Never Lived” ci delizia con un poema astrale, nel perfetto stile dell’album “...To Open The Passages in Dusk “ di Profetus, che spinge gli ascoltatori a meditare profondamente e di viaggiare nella retrospettiva di ciò che loro chiamano vita o destino, nel suo essere crudele ed effimero.

L'artista belga  risulta ispirato e preparato ad aprire le porte di quel sepolcro umido e lugubre entro cui convergono le più tetre angosce dell'essere umano: il terrore della morte, della solitudine e dell'abbandono. Nella sua lenta e soffocante marcia di vuoto e inconsolabile dolore, "Missing" riesce a  conformarsi un disco decisamente più suggestivo ed empatico dei suoi predecessori, ma ancora alla ricerca della perfezione e della maturità artistica. Nell’attesa di ulteriore uscite discografiche, non possiamo fare altro che cercare di contare i numerosi semi di curiosità che Until My Death Overtakes Me ha seminato con quest’album.

 

Dmitriy Palamariuc 

79/100