15 SETTEMBRE 2018

Approcciarsi agli Abhor significa addentrarsi senza dubbio in una delle realtà più di culto, oltre che più oscure, dell'intera scena black metal italiana, sia passata che attuale. È infatti fin dai tempi del demo “In Tuo Honori Preparatum” del 1998 che il nome della band, anche a causa del riserbo tenuto dai suoi componenti in merito alle attività, studi e approccio alla materia occulta del progetto, oltre che ad un'attività live piuttosto limitata, è avvolto da un alone di mistero che, se da un lato gli ha magari negato le luci della ribalta di un mercato via via sempre più votato all'apparenza e ben poco alla sostanza, dall'altro gli ha garantito il rispetto dovuto a quelle entità in grado di perseguire con integrità e dedizione il proprio personale perscorso musicale e cognitivo. E “personalità” è sicuramente la prima parola che balza alla mente se si riflette sulla discografia della band veneta, arrivata con questo Occulta Religio al settimo full-lenght di una carriera da sempre votata allo sviluppo di un sound che, pur partendo da una matrice classicamente black metal in gran parte debitrice del sound sviluppato nella Norvegia dei primi anni 90, si è sempre distinto per la ricerca di una via più spiccatamente personale al genere che ha visto i nostri arricchire la loro proposta con elementi dalla provenienza più disparata. Ecco quindi fiorire fra le pieghe di un suono indiscutibilmente black metal elementi ambient, passaggi vicini a un certo neo-folk, intuizioni non lontane dall'industrial ma soprattutto una fascinazione sconfinata verso il dark sound tipicamente italiano, con rimandi all'operato di acts quali Goblin, Jacula e anche dei conterranei Devil Doll oltre che, per rimanere in un ambito più vicino a quello di appartenenza, primi Death SS, primo Paul Chain solista e Mortuary Drape. Il risultato è un sound ritualistico, occulto e immensamente affascinante, allo stesso tempo incisivo, denso e terreno così come inafferrabile, sospeso e multidimensionale in grado di soddisfare, irretire ed ammaliare i sensi di chiunque avesse l'ardire di avventurarsi oltre il velo della cosiddetta “realtà” per intraprendere un viaggio musicale in un mondo di tenebra ed esoterismo. Viaggio musicale che la band veneta,composta per l'occasione dai membri di lungo corso Kvasir (basso), Saevum (chitarra e backing vocals) e Ulfhedhnir (vocals), coadiuvati dai membri di più recente acquisizione Leonardo Lonnerbach (tastiere) e StorManu (drums), dimostra di voler seguire pervicacemente e coerentemente anche con questa sua settima uscita sulla lunga distanza, scegliendo per essa un titolo che più esplicito ed evocativo non si sarebbe potuto e corroborando il tutto con un artwork meraviglioso, in grado di precipitare da subito l'ascoltatore nelle atmosfere umbratili e magiche di cui il disco è impregnato. È un riff denso e oscuro, memore della succitata lezione Norvegese di scuola primi anni 90, a spalancarci le porte di questo lavoro introducendoci alla breve quanto significativa, in termini di direzione musicale dell'opera, Elemental Conjuring, brano dalla partenza cadenzata ed evocativa, impreziosita da spettrali, tenebrose tastiere in grado di intessere atmosfere di vibrante intensità che andranno a permeare l'intero sviluppo del pezzo anche quando i ritmi si faranno più martellanti e sostenuti, coadiuvate nel loro oscuro lavoro da parti vocali in grado di passare da un gelido scream in puro stile black metal a parti declamate e ritualistiche di rara incisività e di grande presa emotiva in grado di rendere tangibile il carattere sacralmente esoterico ed occulto della proposta dei nostri. A precipitarci ancor più a fondo e ancor più inesorabilmente nelle atmosfere evocate dalla band ci pensa il riff greve e cupo, non lontano da sentori tipicamente doom, della successiva Fons Malorum, il cui ritmo inizialmente lento e cadenzato, sostenuto da imponenti e orrorifici suoni d'organo, non può non riportarci al già menzionato dark sound italiano e al lavoro del primo Paul Chain solista, oltre che alle atmosfere da film-score rese celebri dai Goblin di Claudio Simonetti, senza che peraltro nulla di quanto si ode faccia pensare a una messa in scena o una pantomima delle situazioni che la musica degli Abhor intende evocare. La teatralità che la band mette in mostra non si limita alla forma, ma è diretta conseguenza della sostanza che la stessa riesce a dare alle proprie composizioni, in virtù dell'interesse sincero e viscerale che il gruppo dimostra di provare riguardo all'argomento da esso trattato nel proprio operato artistico, il tutto grazie a un approccio che rifugge qualsivoglia spettacolarizzazione o indulgenza nei confronti degli aspetti maggiormente “d'impatto” del proprio concept per puntare invece alla reale valorizzazione della sua essenza. Lo sviluppo dinamico e ritmico del brano si dimostra ancora una volta in linea col black metal più classico, fra contenute accelerazioni che riportano alla mente gli Immortal più marziali e incalzanti e rallentamenti in cui sono nuovamente le atmosfere ritualistiche ( rese anche in questo brano ancor più pregne dal binomio voce screm-voci pulite che sarà una costante di questo lavoro) a prendersi la scena, prima che un finale all'insegna della velocità e del blast-beat (benchè lontano dagli eccessi parossistici raggiunti dal genere nelle sue espressioni più estreme), supportato da tastiere evocative e magniloquenti, porga termine a una composizione splendidamente strutturata, in grado di passare attraverso ogni suo momento senza mai perdere in compattezza e coesione tra le parti. La successiva Engraved Formulas parte ancora una volta all'insegna del doom, stavolta più tetro e scevro dai tratti ritualistici spiccati che solitamente arricchiscono la proposta dei nostri, per un inizio più pesante e marcio rispetto al brano precedente, salvo ritrovare detti tratti di li a poco grazie l'ingresso di imperiose parti di organo in grado di portare il peso specifico della composizione a livelli di oscurità assolutamente impenetrabili.

L'intero pezzo si mantiene su tempi medio-bassi, privilegiando l'atmosfera macilenta ed oscura da esso evocata rispetto al puro impatto e dando così modo alla band di dimostrare la propria capacità di risultare incisiva e intensa anche senza dover fare forzatamente ricorso a parti veloci e furenti,ma di saper raggiungere lo stesso risultato semplicemente giostrando sapientemente con la dinamica e lo sviluppo emotivo del brano.

In virtù di queste caratteristiche, in questo pezzo si fanno forti come non mai sentori cimiteriali e occulti, e l'impressioni di trovarsi al cospetto di rituali segreti ed esoterici si fa quasi palpabile. Un brano sinceramente da brividi. Il pezzo successivo, intitolato Demons Forged From The Smoke, parte anch'esso su ritmi cadenzati e veppiù trascinati, tappeto perfetto per la voce straziante di Ulfhedhnir che, coadiuvata da voci pulite salmodianti, sembra davvero intenta a recitare qualche oscuro rituale di evocazione, per un inizio di brano tanto sinistro quanto intenso ed emotivamente denso;

intensità che aumenta a dismisura in concomitanza con l'ingresso delle tastiere, capaci, con il loro suono pregno di oscure vibrazioni, di dare al brano un sentore da tragenda irresistibile che l'improvvisa, furente esplosione in blast beat che segue riesce solo a rendere ancora più foriero di oscure rivelazioni. L'uso che viene fatto della voce in questa porzione è a dir poco inquietante, con un growl gorgogliante e cupo quasi destabilizzante, tanto risulta raccapricciante e inumano. Quasi una voce da un altro mondo. Meraviglioso il tono sacrale della porzione seguente, dominata da tastiere magniloquenti ma soprattutto da voci pulite stentoree e declamatorie dalla forza evocativa immediata e dirompente, gemma oscura di un brano estremamente dinamico e cangiante nel suo dipanarsi ritmico e atmosferico, giocato su continui accumuli e rilasci di tensione ma sempre dominato da un senso di grandiosa, inscalfibile austerità rituale.

Un pezzo davvero superbo.La successiva Exemplum Satanicus si presenta fin da subito come un brano più diretto rispetto ai precedenti, almeno inizialmente.

È infatti un riff in tremolo picking grezzo ferale a introdurci al pezzo, dominato nella sua parte iniziale da soverchianti, imperiose tastiere intente a tratteggiare scenari tanto magniloquenti quanto funesti, coadiuvate dal come sempre ottimo lavoro sia della voce principale che delle inquietanti backing vocals e da sinistri rintocchi di campana perfetti nel conferire alla porzione, sviluppata su un trascinante mid tempo, sentori funerei di rara incisività.

Come se tutto ciò non fosse sufficiente a farci sentire come intrappolati in un maelstrom infernale e profano, il brano viene ben presto brutalizzato da un'accelerazione deragliante e belluina che non fa che aumentare il senso di asfissiante oppressione che sembra pervadere ogni sua nota o passaggio, e non bastano certo i sulfurei rallentamenti di cui il brano è disseminato a portare un po' di aria fresca ai nostri polmoni e alla nostra mente in quanto tutto, in questo pezzo, sembra votato al completo annichilimento dei sensi.

Spettacolare poi la progressione finale del brano, che dai rallentamenti di cui prima si dipana in porzioni via via più incalzanti fino ad arrivare alla debordante, nerissima esplosione finale, prima che alle tastiere sia demandato il compito di apporre definitivamente la parola fine su di un pezzo dall'impatto semplicemente disarmante.

Sono invece sentori immediatamente riconducibili alla “Italian-way” del dark sound di stampo doom ad aprire la successiva Black Bat Recalls, grazie a un arpeggio distorto e cupissimo su cui si stagliano inquietanti quanto ammalianti ululati, connubio, questo, in grado di ricreare immediatamente un'ambientazione notturna e destabilizzante di grande vividezza e di immediata presa emotiva.

Stupisce ancora una volta questa capacità, già dimostrata dalla band lungo l'intero arco del disco, di riuscire a tratteggiare, con pochi elementi ben dosati, situazioni sonore dalla presenza quasi tangibile, quasi reale.

Un dono che poche band possono vantarsi di possedere.

E' proprio il suddetto doom sound dai non pochi rimandi musicali alla produzione dei primi Death SS e del primo Paul Chain solista, come sempre opportunamente imbrattato di nero dall'approccio personale degli Abhor alla materia, a farla da padrone in questo brano dall'incedere piuttosto brioso, benchè perennemente ammantato da sentori sepolcrali in grado di ricreare un'atmosfera da grandeur ritualistica e tenebrosa da cui ogni raggio di luce sembra eternamente bandito.

Una colonna sonora perfetta per una notte senza fine, in luoghi in cui labile è il confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti.

Dove insinuanti voci salmodianti sembrano indicare la via per sentieri sconosciuti ed iniziatici e il tempo stesso sembra perdere la linearità del suo fluire, finendo via via per risultare privo di qualunque senso o rilevanza.

Una notte in cui la tenebra stessa sembra farsi entità fisica, materia solida e vibrante.

Una notte che celebra se stessa.

L'onere e l'onore di chiudere questo disco fin'ora a dir poco entusiasmante è riservato alla title-track Occulta Religio, col suo inizio stoppato e costantemente incombente, risolto in un continuo alternarsi di stop & go in grado di accumulare una tensione atmosferica incredibile prima che il gruppo decida di lanciare finalmente il brano a briglia sciolta sull'onda di un mid tempo incalzante ed estremamente scorrevole, benchè, al solito, impregrato degli umori cupi ed esoterici che da sempre caratterizzano il sound dei nostri, aspetto in cui quest'album non fa affatto eccezione, come si sarà senza dubbio capito arrivati a questo punto della presente disamina.

Come sempre, fondamentale risulta l'apporto delle tastiere, chiamate nuovamente ad ammantare l'intero pezzo di atmosfere sulfuree e sacrali, compito svolto ancora una volta alla perfezione, una volta di più coadiuvate da un lavoro vocale superbo che trova il suo apice massimo in quanto a pathos nelle favolose digressioni dallo spiccato tono evocativo disseminate lungo il fluire del brano (quella centrale, impostata su toni puramente salmodianti e rituali, è letteralmente da brividi).

Il brano si conclude su ritmi incalzanti a sorreggere una band lanciata verso il confine dell'iniziazione e della rivelazione sull'onda di un flusso sonoro dai toni abissali ed oscuri dal grande impatto emotivo, sfumando in un silenzio che sa più di nuovo inizio che di autentica fine, concludendo così un album in grado come pochi di rendere quasi reale la sensazione di essere stati testimoni della celebrazione di un vero rituale in musica, nonostante i segreti in esso celati rimangano comunque riservati solo ai pochi in grado di penetrare la coltre di oscurità che li circonda e li protegge.

Un album autenticamente “magico”, custode di una pasta sonora unica affinata negli anni da una band nata già con le stimmate dell'inconfondibilità.

Un lavoro che non potrà che soddisfare pienamente gli estimatori del progetto Abhor, e che tutti coloro i quali avessero finora snobbato questa realtà farebbero bene ad ascoltare, se avvezzi al genere da essi proposto.

Facendo io parte della prima categoria, non posso che definire questo Occulta Religio che come l'ennesimo CAPOLAVORO della band veneta. Fatelo vostro. E' un ordine.

 

Edoardo Goi

90/100