22 SETTEMBRE 2018

Erano i primi anni ‘90 quando un giovane metallaro adolescente e capellone ha odiato quel disco “maledetto” (in ogni senso purtroppo) dal titolo Nevermind e che era simbolo di quel genere alternativo, il Grunge, che stava distogliendo attenzione dall’ Heavy Metal, e rivoluzionando il mondo dell’Alternative Rock. Poi quel ragazzo però è cresciuto e piano piano ha cominciato ad allargare i suoi orizzonti e ad apprezzare band quali i Pearl Jam o i Soundgarden fino a diventare un vero estimatore del genere. Da queste basi penso sia scaturito l’amore al primo ascolto per questo “The Medicine Show”, secondo full-lenght dei milanesi Brain Distillers Corporation, album pieno, vivo, che attinge non solo al sopracitato Grunge, ma anche ad un Southern Rock grezzo e diretto,e venato di sfumature quasi blueseggianti. Si comincia subito a mille con la title track “Medicine Show”, e la botta arriva prontamente al cuore grazie al suono grezzo e sporco di basso e chitarre, e la voce “disturbata” di Marco Pasquariello che ci accoglie con un “welcome to the show” nel ritornello della canzone, all’interno del viaggio. “Reaction” rallenta l’atmosfera con un sound dolce come una “marmellata di perle” e una struttura orecchiabile e coinvolgente. Il basso di Luca Frangione la fa da padrone in “In The Land Of Colours” brano scelto come il successivo “Storm” per i due singoli estrapolati dall’ LP e i rispettivi sognanti videoclip. Entrambi i pezzi presentano un andamento in pieno stile Southern Rock, sofferto, potente, impreziosito da assoli ben studiati e da un’interpretazione vocale duttile  e graffiante. “Convince Me” si snoda morbida e sinuosa in un crecendo di pathos dove le sei corde di Matteo Bidoglia e Francesco Altare, fondatori nel 2013 del progetto Brain Distillers Corporation, si inseguono a colpi di rock e di blues. “The Brains In The Van” ci riporta in quel di Seattle con un ritmo sincopato e incalzante, ricco di distorsori ed effetti wah wah che regalano al brano un suono pieno e ottimamente riuscito. E sicuramente riuscita è anche la cover “Man In The Box” degli Alice In Chains, omaggio intenso alla band che i BDC hanno citato pubblicamente tra le loro maggiori fonti di ispirazione. Dopo il tributo per una grande band quale gli AIC, arriva il curioso tributo ad un insetto, non molto amato; “Nezara Vidula” è di fatto il nome scientifico della cimice ed è anche il brano più originale dell’album, con un impatto granitico, la voce di “Pasco” Pasquariello urlata e violenta, le chitarre di “Matt” Bidoglia e “Frank” Altare a creare un sound duro e melodico allo stesso tempo, scandito dal ritmo preciso, martellante, ma mai invadente di Fabrizio “Thompson” Ravasi (recentemente sostituito da Riccardo Ierardi). E’ il basso di “Tambu” Frangione a scandire i ritmi nell’ottima “A Time For Silence”, un lento elegante e godibilissimo. L’inizio quasi doom di “What Is Real For You” introduce ad un altro lentone dall’atmosfera rock’n’roll ma malinconica e sognante che ci fa fare un salto indietro nel tempo, facendo vibrare le corde dell’anima. Chiude questo “The Medicine Show”, la bellissima “Syriana” canzone dove emergono tutte le qualità tecniche e di songwriting dei BDC, e il loro stile sporco e roccioso, ma anche melodico (l’assolo finale con le note tenute “lunghe” è da brividi), i distorsori, la ritmica potente e il cantato duttile, grezzo, sofferto e molto interpretativo. Perfetta chiusura per questo “The Medicine Show”, album ottimamente prodotto, ben studiato, suonato dal quintetto milanese con quello spirito di ribellione rock prettamente americano, con grande anima e carattere. I BDC con la loro seconda uscita discografica dimostrano dopo le importanti collaborazioni, tra cui spicca il nome di Stef Burns, chitarrista di Vasco, e i tour di supporto ad importanti realtà della musica alternativa italica quali Extrema e Linea 77, di essere pronti per il grande salto. Bravi!

 

Matteo “Thunderhead” Gobbi

95/100