23 SETTEMBRE 2018

Il deciso passo in avanti fatto segnare col precedente Fidem In Lucifer del 2016 aveva generato non poche aspettative attorno a questo quarto full lenght dei piemontesi Kurgaall, pubblicato nel marzo del 2018 e intitolato, più che esplicitamente, SATANIZATION.

Se infatti la band, con la sua precedente uscita,non si era di fatto discostata molto da quelle che sono da sempre le sue coordinate musicali di riferimento, (quelle cioè di un black metal estremamente veloce e aggressivo, benchè non scevro da abbondanti porzioni oscuramente melodiche memori della lezione svedese impartita nel corso degli anni 90 da acts quali Marduk, Necrophobic e, soprattutto, Dark Funeral), và altresì rimarcato come il salto di qualità in merito a capacità di scrittura e di arrangiamento dei brani fosse stato veppiù deciso e marcato, riuscendo a consegnare ai propri fan (e al pubblico tutto) un lotto di pezzi mai prima di allora così compatto, focalizzato, omogeneo e privo del benchè minimo calo di tensione.

Date queste premesse, sarebbe stato forse facile per la band adagiarsi sugli allori di un album accolto in modo così unanimamente positivo da critica e fan.

Invece i KURGAALL hanno preferito rimboccarsi le maniche ed eccoci quindi, dopo soli due anni dal full-lenght precedente, a parlare di questo nuovo lavoro cui spetta il non facile compito di bissare un album di tal fatta.

Per fugare ogni possibile dubbio, va detto subito che l'obbiettivo è stato centrato pienamente, grazie all'intelligente intuizione del gruppo (composto in questa occasione da Lord Astaroth alla voce, Thasos e Inferith alle chitarre e Algol a occuparsi sia della batteria che delle parti di basso) di non limitarsi a riproporre la formula vincente del precedente platter ma bensì di dare vita ad un album che, pur inserendosi in modo coerente nel percorso musicale dei nostri, presenta allo stesso tempo numerosi elementi di novità in grado di renderlo fresco e accattivante, e non una sterile copia di quanto realizzato nel recente passato.

Ci pensa subito SATANIZATION, furibonda title track dell'album posta in apertura, a fare chiarezza su chi siano i Kurgaal nel 2018, e cioè una macchina da guerra inarrestabile e letale, capace di raggiungere il suo malvagio obbiettivo non solo con bordate belluine e velocità assassine, ma anche con costruzioni melodiche e atmosferiche di grande presa, sempre inserite in un contesto feroce e belligerante, ma in grado allo stesso tempo di ammantare la musica dei nostri di un' aura contemporaneamente magica e maligna, aspetto che già aveva contribuito a rendere grandioso l'album precedente, ma che qui trova modo di esprimersi in modo ancora più compiuto e maturo.

Un'altro aspetto su cui i nostri sembrano aver lavorato sodo sono le dinamiche interne ai vari pezzi, dimostrando in questo lavoro una crescita non indifferente nella capacità di donare un'estrema multimensionalità anche ai brani più tirati,come appunto accade per questa opener, con variazioni ritmiche che non solo non inficiano minimamente il tiro dei pezzi, ma, al contrario, ne fanno deflagrare il potenziale rendendoli più intensi e vibranti, ricordando non poco la strada intrapresa in tal senso dai Dark Funeral delle origini (quelli in grado, con il mini omonimo del 1994 e col successivo debutto sulla lunga distanza The Secrets Of The Black Arts del 1996, di partorire due gemme di oscuro dinamismo da loro stessi, così come da altri acts, raramente eguagliato), strada che comunque i Kurgaal riescono a seguire in modo sufficientemente personale.

L'uso bilanciato di partiture ritmiche di stampo più feroce e “moderno” unitamente ad altre dal tiro maggiormente old school e organico è infatti da sempre un tratto caratteristico della band, capace ormai di gestire questo aspetto del proprio sound in modo pressochè perfetto.

Lo sviluppo de brano, piuttosto semplice a livello strutturale, si dimostra nondimeno ricco di oscure atmosfere, grazie ad un lavoro chitarristico di grande efficacia che, aiutato anche da una durata contenuta assolutamente ottimale, contribuisce a dare vita ad un brano tanto immediato quanto avvincente e “compiuto”.

Davvero un ottimo biglietto da visita per l'intero lavoro.

Il brano successivo, intitolato DEMYSTIFICATION OF CHRIST, parte, se possibile, con un piglio ancora più aggressivo rispetto alla traccia precedente, in virtù di un approccio vicino a un certo black-thrash metal in grado di conferire alla parte iniziale di questa composizione un impatto davvero considerevole, il tutto sfociante in una strofa dai toni deliziosamente old-school che un progressivo incattivimento del pezzo porterà fino all'efficace, trascinante refrain sull'onda di un andamento in crescendo sinceramente entusiasmante.

Si iniziano a cogliere in questo brano alcuni tratti di novità che fanno capolino qua e la lungo lungo il suo dipanarsi, soprattutto grazie a uno splendido lavoro di chitarra in grado di valorizzare al massimo porzioni tanto morbosamente melodiche ed evocative quanto cariche di mortifera tensione, rimembranti non poco le cose dei Marduk più sperimentali e cupi (quelli di Rom 5:12 e Wormwoon, tanto per intenderci).

Porzioni che la band si rivela perfettamente in grado si inserire all'interno del proprio scarnificante sound senza che questo perda un'oncia del suo caratteristico impatto ferale e dissacrante, per un altro brano riuscitissimo ed estremamente focalizzato.

La successiva BAUSSANT (nome con cui si identifica il gonfalone dei cavalieri Templari, chiamati in causa nel testo , e non certo in modo lusinghiero) inizia invece su toni decisamente più cadenzati ed epici, prima di risolversi in un nuovo assalto all'arma bianca che l'approccio ritmico dinamico e variegato dei nostri riesce a stemperare e, allo stesso tempo, valorizzare mediante l'utilizzo di porzioni maggiormente trascinanti ed altre giostrate su tempi decisamente più contenuti in cui è nuovamente l'atmosfera a prendere il sopravvento, il tutto graziato da un ritornello riuscitissimo, riecheggiante ancora i Marduk dell'era Mortuus, anche in virtù di un utilizzo della voce pulita non lontano da quello che il cantante svedese ha fatto sentire sia in seno alla band di Morgan che nel suo progetto solista Funeral Mist. E' proprio questo aspetto a colpire maggiormente man mano che si procede nell'ascolto di questo lavoro: il modo in cui la band sembra padroneggiare la gestione delle atmosfere senza dover eccedere forzatamente con l'aggressività, anzi, lasciando a brani comunque molto impattanti lo spazio necessario a farli “respirare”, valorizzando così appieno ogni situazione sonora in esso contenuta, dalla più feroce alla più evocativa, e facendo allo stesso tempo in modo che ogni frangente vada ad incrementare l'impatto degli altri in modo assolutamente funzionale e incisivo.

La successiva NOX DIABOLI sembra quasi voler sottolineare questa caratteristica grazie a uno sviluppo che, nonostante l'inizio decisamente indiavolato, vede l'aspetto atmosferico prevalere largamente su quello del puro impatto (aspetto che comunque è presente all'interno del brano e, come si diceva poc'anzi, finisce, grazie al contrasto fornito, a rendere le atmosfere del brano ancora più evocative ed emotivamente ficcanti).

Splendido ancora una volta il lavoro delle chitarre, magistrali nel tratteggiare scenari sonori si cupi e umbratili, ma anche maestosi e affascinanti, grazie a un riffing oculatissimo e una tessitura melodica tanto immediata quanto incisiva, così come il lavoro d'insieme dell'intera band, forte, qui come nel resto dell'album, di una compattezza davvero invidiabile.

Si fa sempre più forte, durante all'ascolto di questo brano, la sensazione che in questo lavoro la band abbia voluto davvero osare, avventurandosi in sentieri nuovi e impervi (mantenere alta la concentrazione dell'ascoltatore in brani dai tempi contenuti, in un genere come il black metal, non è impresa semplice) senza alcun timore, grazie all'evidente fiducia nei propri mezzi palesata qui come nel resto dell'album.

Molto belle, oltre alle porzioni atmosferiche, anche quelle furiose e intransigenti, graziate da un riffing tanto secco quanto incisivo, per un brano che fa del connubio tra tradizione e innovazione (all'interno del sound dei nostri) il suo assoluto punto di forza, piazzandosi di diritto nel novero dei brano più riusciti dell'intero lotto.

La successiva traccia, intitolata WIDOW'S SON, è la traccia che non ti aspetteresti da parte dei Kurgall.

Affidata all'illustre ospite Mortiis (celebre bassista dei primissimi Emperor e poi titolare di una fruttuosa quanto controversa carriera solista) per quanto riguarda le parti vocali, si rivela come un brano estremamente melodico e trattenuto nei tempi, per quanto comunque decisamente trascinante, cui la voce, impostata in modo esclusivamente pulito, dona un tono molto particolare che ricorda non poco alcune soluzioni tentate in passato da acts quali Solefald o addirittura Ved Buens Ende o Manes, benchè il brano, a livello musicale, non presenti nessun rimando all'approccio progressivo di queste band, limitandosi a richiamare alla memoria sentori di alcuni passaggi delle stesse.

Il risultato è assolutamente stupefacente, oltre che totalmente inaspettato, per una band che ci aveva fin qui abituato a un sound piuttosto codificato e privo di tali elementi di rottura.

Ma, cosa più importante di tutte, il brano risulta a conti fatti pienamente convincente e riuscito, ottimamente inserito all'interno del corpus dell'album (nonostante comunque, all' interno dello stesso, rappresenti un elemento di discontinuità decisamente marcato) in virtù dell'aura estremamente evocativa, cupa e rituale che riesce ad evocare.

Un brano osato, “estremo” (visto il contesto in cui si trova inserito) e “rischioso (sempre per il medesimo motivo), ma che si risolve assolutamente in un centro pieno, valendo un meritato plauso particolare alla band le capacità messe in campo, oltre che per il coraggio dimostrato.

Una vera sorpresa.

Si ritorna ad atmosfere più classiche con la successiva SUPERIOR CULT OF SATANISM , e non tragga in inganno l'inizio dall'incedere lento e sofferto, perchè il brano rivelerà da li a poco la sua vera natura di pezzo impattante, veloce ed estremamente aggressivo, benchè comunque assolutamente dinamico nel suo fluire, solo di rado sfociante in parti di pura furia cieca.

Ancora una volta la parola “dinamismo” si rivela la parola chiave di questo Satanization, con la band abile nel dar vita a un brano molto compatto nonostante la varietà ritmica che ne caratterizza l'incedere, opportunamente messa al servizio dell'atmosfera estremamente cupa ed elitaria di cui il brano è pervaso e capace di passare attraverso ogni variazione di intensità proposta in totale scioltezza, grazie ad arrangiamenti tanto semplici quanto efficaci.

Un altro centro pieno.

Le atmosfere si tingono di rosso sangue con la successiva VOIVODA (REVENGE), allorchè la band si lancia nella descrizione delle efferate gesta del voivoda più famoso e famigerato della storia, ovvero Vlad III di Valacchia, conosciuto anche come Vlad Tepes l'Impalatore, oltre che con l'ancor più celebre patronimico Dracula.

E' un riff tetro e opprimente ad aprire il brano, con un Lord Astaroth abile con le sue vocals a sprofondarci all'istante, non senza un'evidente autocompiacimento, nell'immaginario macabro e sadico evocato dalla band, come sempre autrice di una prova maiuscola per affiatamento e resa, prima che una brutale accelerazione giunga a rendere il brano ancora più ferale e carico di funesti presagi (presagi resi ancor più vibranti da porzioni non lontane da sentori symphonic black, benchè assolutamente prive di qualunque ridondanza e utilizzate solo come pura sottilineatura e rinforzo dell'atmosfera ricreata).

Splendido ancora una volta il refrain, avvolgente e melodico al punto giusto, concepito (e realizzato) in modo da renderlo piuttosto catchy ed immediato ma senza per questo rinunciare ai sentori densi e cupi che da sempre caratterizzano la proposta della band.

Brano complessivamente semplice e dal minutaggio piuttosto limitato, si rivela l'ennesimo pezzo azzeccato in virtù del modo assolutamente efficace con cui la band condensa al suo interno, miscelandoli sapientemente e senza esasperare il carattere tragico e orrorifico della vicenda in esame, gli elementi in suo possesso per ricreare l'atmosfera il più possibile adatta ad ammantare una simile narrazione musicale, consegnandoci così un altro brano estremamente godibile e di grande impatto, sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista della pura ferocia.

Ed è proprio pura ferocia ciò che ci aspetta all'inizio della conclusiva, in qualche modo autocelebrativa, CHAPEL OF ASTAROTH (che non può non far pensare all'atrettanto autocelebrativa Temple Of Ahriman, contenuta nell'ultimo album dei Dark Funeral intitolato Where Shadows Forever Reign, influenza questa, da parte dei colossi svedesi, mai negata dalla stessa band), brano dall'incedere inizialmente furibondo e martellante, seppure non privo della classica atmosfera oscura e notturna cui la band ci ha da sempre abituato, atmosfera che va a dilatarsi e inspessirsi a dismisura allorchè la band tira il freno, poggiando il proseguo del brano su una base lenta e maestosa, ancora una volta graziata da un lavoro di stampo sinfonico tanto semplice quanto efficace, e sviluppando l'intero brano su questa alternanza di parti devastanti e belluine e rallentamenti carichi di pathos oscuro e penetrante in grado di portare il brano a un livello di resa emotiva superiore, perfetto suggello a un album che ci riconsegna una band al massimo della forma, pienamente conscia dei propri punti di forza e delle proprie capacità tanto da cospargere l'intero lavoro di intuizioni musicali nuove e intriganti e riuscendo allo stesso tempo a farle convivere in modo coerente e organico con il proprio trademark sonoro, allargando e arricchendo così il proprio spettro musicale senza intaccare minimamente le solide fondamenta costruite dalla band nel corso del suo percorso artistico.

Un album che, proprio in virtù delle caratteristiche sopra espresse, non potrà che convincere pienamente i vecchi fan del gruppo, che ritroveranno qui tutti i tratti distintivi tipici della band piemontese, così come non potrà non soddisfare tutti i blackster più avvezzi al tipico sound swedish black anni 90, ma che potrebbe anche attrarre nuovi ascoltatori in virtù di un approccio musicale che rifugge la staticità, pur senza intaccare minimamente l'integrità della proposta e degli artisti coinvolti, che, anzi, ne esce veppiù rafforzata.

Un album che sprizza devozione nei confronti della nera fiamma da ogni solco, e che nei suoi vari momenti di novità trova nuova forza per indirizzare con ancora più vigore le proprie invocazioni al Signore Degli Inferi, nella speranza di ottenerne i favori.

C'è puzza di zolfo, qui, ed è di nuovo tempo di fare il lavoro del diavolo.

I Kurgaall lo hanno fatto partorendo quello che è senza dubbio il loro lavoro più ricercato e maturo.

Fatelo vostro.

 

Edoardo Goi

85/100