21 GIUGNO 2017

I Deity si formano a Woodbridge (Canada) del 2016 i cui membri sono: Florian Ravet al basso, Daniel Cinti e Simon Haroon, entrambi alla chitarra ed alla voce. Il 27 maggio del 2017 è uscito il loro album di debutto intitolato “Deity”. Nell’album alla batteria, c’è come ospite Flo Mounier batterista storico dei Cryptopsy. Album di puro Death metal americano, molto vicino al death degli anni ‘80-’90, la tecnica in alcuni brani sembra spostare lo stile vicino al tecnical death, ma sentendo la velocità e la voce animalesca del cantante, si accosta al brutal death, in altre parole la band miscela death con tutte le correnti ed i sottogeneri che lo compongono. Le voci dei due cantanti sono arrabbiate e l’accento cavernoso rende ancora più violento il disco. Nell’ Artwork vette ambientate nel panorama notturno, in cui le sfumature di blu dipingono questo scenario. “Deity” è composto da otto tracce per una durata complessiva di 55 minuti e 49 secondi. L’album si apre con “Suspended in Animation”: canzone del tutto strumentale con l’intro d’arpeggio di chitarra, che sembra voler trasportare l’ascoltatore in questa scalata verso la vetta delle montagne in copertina e con il basso di sottofondo che accompagna il cammino.  In questo brano, come strumento aggiuntivo, ospita un pianoforte alquanto suggestivo. Si prosegue con “Beginning of Extinction”: Intro di batteria, chitarre e basso, mentre la voce del cantante entra senza preavviso a sorprendere l’ascoltatore. Nel brano si alternano velocità massima, rallentamenti di tempo ed un riff di chitarra in sottofondo, che riprende la velocità iniziale del brano. La batteria martella. Un riff melodico di chitarra ed un rallentamento sostanziale di ritmo con il riff tagliente che fa da preludio ad un assolo a doppia chitarra eseguito con tecnica e maestria e intessuto attorno ad una sessione ritmica da manuale. L’ascoltatore si trova ad affrontare una canzone tagliente e a tratti gelida e metallica, un secondo assolo con effetto sfumato porta verso il finale del brano. Le emozioni che l’ascoltatore prova sono timore, freddo e violenza. La scalata verso la vetta della montagna è impegnativa. Terza traccia “Sacrificium”: già dal titolo capiamo subito che canzone aspettarsi, brano senza intro, la voce compare subito, gli altri strumenti ed il tecnicismo dei musicisti sono ben presenti. Un assolo di tecnica a velocità immane. L’uditore ormai è in balia della tormenta fredda di questa montagna. Un secondo assolo accompagna per arrivare alla fine del brano con la batteria che mitraglia note. Quarta traccia: “From Which We Came...We Now Return”: seconda canzone interamente strumentale, intro di batteria e chitarra ad un ritmo medio alto e lineare, una leggera pace rispetto alle due tracce precedenti, un riff tagliente e tecnico di chitarra entra per dare un po' di sollievo a chi ascolta, un assolo notevole. Aggressività del genere viene messa in luce dalla tecnica dei musicisti ben presente in ogni singola nota, sollievo e calma per questo brano, nel quale le emozioni di chi ascolta sono varie e personali. La seconda parte dell’album si apre con “Rituals”: intro veloce con tutti gli strumenti, la voce del cantante entra come un proiettile, la velocità aumenta ed il bridge di chitarra non lascia spazio alla calma, c’è solo violenza e dolore ascoltando questa canzone. Un rallentamento per ascoltare il tecnicismo del batterista, poco dopo la velocità torna quella dell’inizio. La batteria pare un martello pneumatico così come gli altri strumenti. Il growl è molto potente e si arriva alla fine del brano senza accorgersene per la velocità che pervade. Questo viaggio verso la cima è solo a metà. Terzultima traccia “Of Time”: terza ed ultima canzone strumentale, il brano ha un’introduzione con chitarra acustica arpeggiata e la seconda chitarra ed il basso si fondono e la violenza delle tracce precedenti sembra svanire del tutto. Arpeggio e giro di chitarre sono abbastanza classici ma molto tecnici, il ritmo di velocità medio bassa anche in questa traccia, una canzone d’intermezzo, in cui le emozioni provate sono pace, calma e tranquillità. Il ritmo è continuo, senza aumenti o rallentamenti, la linearità è funzionale allo scopo. Penultima traccia “Illuminate the Unwilling”: intro di batteria e chitarre a velocità molto elevata e con la voce del cantante in un growl potente e maligno. Lo scream del secondo cantante potenzia l’atmosfera, il muro di suono che si alza e impenetrabile. La parte centrale del brano è leggermente più “melodica” si scorge un assolo tagliente ed intriso di cattiveria e tecnica. Un rallentamento sostanziale verso il finale, con un ultimo assolo che porta verso la chiusura del brano con un effetto sfumato a chiusura. L’album si chiude con “In Turmoil”: questa è la canzone più lunga con i suoi 12 minuti e 57 secondi, brano si apre con un intro di batteria e chitarre, il fabbro dietro la batteria martella ad un ritmo altissimo, la voce in growl entra poco dopo, la parte strumentale batte lo scream in secondo piano, in un ritmo molto alto senza segni di cedimento in nessun passaggio, la velocità aumenta ancora di più senza lasciar scampo. Il tecnicismo è presente per tutta la durata del brano. L’assolo tagliente e fulmineo a velocità impetuosa, come un vento gelido che taglia il viso. La parte cantata ritorna per un breve istante ma è la musica la protagonista assoluta della canzone. Un rallentamento sostanziale per un'altra strofa, lo scream prende il sopravvento e le emozioni di paura e spavento non accennano a diminuire. Un arpeggio ed un nuovo rallentamento appena accennato, l’artefice dietro le pelli non ha nessuna intenzione di rallentare il ritmo serrato. Una parte centrale strumentale e le atmosfere che si respirano, non sembrano presagire nulla di nuovo.  Un assolo verso il finale sempre potente con il finale di un riff ad effetto sfumato. Questo album sembra uscito dagli anni ’90, gli anni d’oro del death, ma siamo nel 2017 con tutti i riferimenti della vecchia scuola. Le canzoni non compongono un concept album, la montagna immaginaria che ogni ascoltatore deve scalare è una montagna personale di emozioni che ogni ascoltatore prova, sono diverse e soggettive. La registrazione è perfetta ed il mixaggio anche, per il mio gusto personale è troppo pulito ma il disco è ottimo. Lo consiglio a tutti quelli che vogliono ascoltare un Death puro e crudo con tutte le influenze e i sottogeneri presenti.

 

Daniele Blandino
80/100