11 GIUGNO 2017

Sono passati sette anni da “The Singularity”, quel piccolo gioiello che tanto aveva impressionato all’epoca. Nel corso del tempo si erano perse le tracce della band canadese, orfana di etichetta ma non di entusiasmo. Perché si, quello non era mancato mai. E i tre EP autoprodotti pubblicati, lasciavano intendere che qualcosa bolliva. Ed il risultato finale, sorto il 26 maggio, è questo “The Immortalist”; la fusione, appunto, dei tre lavori rilasciati: “Awestruck”, “Momentum” e “Conqueror”.
“The Immortalist” non è una compilation lasciata al caso, perché i pezzi sono stati rimasterizzati e con cura trattati. Ogni traccia trasuda amore e voglia di comporre, ma, purtroppo, è palpabile che qualcosa non vada. La sensazione è che “The Immortalist” funzioni, e funziona, ma rende dannatamente meglio se scomposto nei tre Ep originari. Stiamo parlando comunque di un lavoro d’alta scuola, un ibrido tra Death americano e scandinavo, condito con inserzioni Djent, d’elettronica, Heavy e Thrash. Dove non mancano rabbiosi cinghiorsi che ruggiscono, scream, urla, cavalcate violente, batterie incessanti, scale e tanta, ma veramente tanta, varietà. Si passa da fasi quasi armoniose, cantate anche in pulito ed elevate da un songwriting ispirato, ad altre più cupe violente, rabbiose. E un esempio per queste ultime è “Hallowed Earth”, che inizia come un martello pneumatico, incresce e poco spazio lascia alla melodia(e se c’è, trasuda poca luce), sino a poi dissiparsi nel finale, come spegnendosi, perché poi arriva lei... “D.M.T.”. Una delle migliori tracce di “The Immortalist”, dove regnano il pulito, la melodia e gli arpeggi... almeno all’inizio, perché poi si ritorna a pestare. E gli ultimi due minuti sono qualcosa di spettacolare.
Il pezzo migliore giunge qualche traccia più avanti, ovvero “The Dead Speak From Beyond”. Arpeggio, voci malinconiche d’atmosfera e poi il cinghiorso al minuto e mezzo, che lascia intuire che questo pezzo vale la discografia di tante band che campano di emulazione. C’è veramente tutto in questi sette minuti, tutti da scoprire e da pogare.
In conclusione “Conqueror” che si prende la responsabilità di terminare questo percorso, senza risparmiarsi e risparmiare niente e nessuno.
Per cui cosa abbiamo tra le mani e nelle orecchie? Circa settanta minuti di buon songwriting, abbastanza vario, magari non sempre pieno di alti, ma degno dei Divinity e forte di tanta voglia di fare. L’ascolto è dunque consigliato, per quanto, se preferite vivere “The Immortalist” in tutta la sua potenza, sia preferibile dare una possibilità ai tre robottoni singoli che si sono uniti per crearne uno più grande.
Promossi.

 

Jonathan Rossetto
 76/100